I bambini sanno imparare da soli: le sorprese dell’educazione da pari a pari

educazioneglobale educazione da pari a pariVari anni fa una delle figlie, allora seienne, tornò a casa dicendo una parola che suonava più o meno così: “pi – sué”.

“Che vuol dire?”, le chiesi, e lei: “vuol dire ‘stai zitta!’ in cinese”.  Forse i genitori della sua amichetta cinese erano molto autoritari ma, per un attimo, mi prese quello che chiamo “un trip quantitativo” ed immaginai che, se mia figlia avesse potuto imparare dalla sua amica un’espressione cinese per ogni giorno di scuola, alla fine dell’anno avrebbe potuto tenere una piccola conversazione comprensiva di saluti, convenevoli e informazioni sul tempo atmosferico in mandarino.

Il che mi ha portato a riflettere, ovviamente, sull’educazione da pari a pari, ossia su quello che un bambino può insegnare ad un altro. Qualsiasi scuola ideale dovrebbe lasciare uno spazio alla educazione peer – to – peer, in cui il bambino o ragazzo più grande (o solo più esperto) insegna al più piccolo o inesperto e, così facendo, cambia ruolo (quindi impara). Il primo esempio che torna alla mente è la scuola di Barbiana di Don Milani.

In Inghilterra, vicino a Nottingham, il preside della scuola elementare Grange di Long Eaton, Richard Gerver ha letteralmente rivoluzionato la didattica e l’organizzazione scolastica, fondando Grangeton, una sorta di città virtuale a misura di bambino all’interno della scuola, che ha però contatti anche con l’esterno (vi vengono esperti a parlare dei più svariati temi). Tutto è gestito da bambini: negozi e servizi,  consiglio di istituto trasformato in Comune virtuale, un caffè dove due mattine alla settimana gli alunni devono ordinare in francese, un museo, uno studio multimediale da dove si producono trasmissioni radio, video e un giornale, un negozio di artigianato, e così via.

A Grangeton ogni anno i bambini decidono cosa preferiscono studiare tra gli obiettivi di apprendimento proposti dagli insegnanti.  La co-progettazione rende responsabili docenti e alunni.

La scuola ha poi adeguato il curriculum a questa nuova organizzazione, organizzandolo per filoni piuttosto che per materie: le comunicazioni (include la literacy), l’impresa (include la matematica), la cultura (include le scienze) e il benessere (comprende l’educazione alla cittadinanza e l’attività motoria).

In tema di autoistruzione e di insegnamento reciproco tra bambini, l’esempio più affascinante è però quello portato dal pedagogista inglese di origine indiana Sugata Mitra.

Sugata Mitra ha condotto un interessante esperimento, ormai molto noto perché divulgato in alcune conferenze TED di grande successo, come Kids can teach themselves e The child-driven education.

In uno slum di Nuova Delhi ha murato un computer a circa un metro da terra, lo ha lasciato acceso e con una connessione internet.

Molti bambini dello slum non andavano neanche a scuola: inutile dire che non avevano mai visto un computer. Ebbene, nei vari esperimenti, replicati in zone povere di varie parti del mondo, gruppi di bambini di diverse età hanno imparato, per tentativi ed errori, a navigare su internet, a trovare musica, in altri casi ad usare il computer per svolgere moltiplicazioni o per imitare l’accento inglese di un corso di lingua.

Nel tempo, davanti a ciascun computer si sono riuniti gruppi di ragazzini che ascoltavano rapiti le spiegazioni del primo tra loro che era riuscito a fare qualcosa con quello strano oggetto luminoso.

In alcuni degli esperimenti del professor Mitra, alla fine i bambini insegnavano quanto appreso anche ai genitori.

Tutto questo si è svolto in poche ore o in pochi giorni, senza guida da parte di un adulto, senza aver visto mai un computer, senza sapere cosa è internet, ma solo provando e riprovando. Questi esperimenti, hanno dimostrato che i bambini imparano quello che vogliono imparare e poi lo insegnano ad altri bambini: non mi pare poco!

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