Viaggiare in famiglia con l’economia collaborativa

educazioneglobale sharing economyLa prima volta che ho sentito parlare della sharing economy non è stato con questo nome. Era parecchio tempo fa e un’amica mi narrava la storia di una sua conoscente trasferitasi negli Stati Uniti che organizzava cene a casa sua a pagamento. Come la padrona di una locanda medievale, lavorava in casa, usando però gli strumenti del mondo moderno (promuoveva la sua attività sul web; ora si fa anche con le APP).

“Cavolo!”, pensai, “che bella idea!”.

Peccato che non mi piaccia cucinare e che sono una pessima padrona di casa. Sono una di quelle che non sopportano di sbucciare uno spicchio d’aglio, si innervosiscono quando i camerieri si intrattengono del descrivere piatti improbabili con creme di lime al profumo di aneto, non guardano programmi TV tipo masterchef e non partecipano a gare di cucina. Mio malgrado, in tempi veramente remoti (quasi 30 anni fa: all’epoca cucinare non era per niente cool), fui invitata ad una gara di cucina. Ero adolescente e vinsi anche un premio: una tavoletta di legno, con attaccato un cucchiaino annerito. In calce al cucchiaino fumè si leggeva, con una calligrafia piena di svolazzi, “all’ultimo arrivato: il tuo dolce era un reato!”.

I premi erano stati costruiti con maestria ed eleganza da un amico architetto ed io mi ero classificata ultima degli ultimi, avendo prodotto certe ciambelle al vino dure come sassi e aride come le sabbie del deserto. Con il senno di poi, avrò dimenticato il lievito; fatto sta che nessuno riuscì a morderle. A distanza di tempo qualcuno ancora rideva, ricordando la serata e minacciando di mandarmi il conto del dentista.

Così, quando uscì la questione del “ristorante in casa”, pensai solo che era una bella idea. Oggi quell’idea la conosciamo in tanti: si chiama Gnammo (all’estero Eatwith o Cookening) e consente di organizzare cene e pranzi in case di privati. Se sai cucinare, insomma, fai di una sera a casa tua un ristorante e, se sei in viaggio, invece del ristorante puoi andare a mangiare nelle case degli altri, con il vantaggio di conoscere le persone del luogo.

E’ uno dei tanti tasselli della nuova “economia collaborativa“, in cui il consumatore si trasforma in locatore, ristoratore, tassinaro; diventa, in altre parole, produttore di beni e servizi in modo occasionale e non professionale. E’ un sistema in cui le persone condividono qualcosa (una stanza, la propria tavola, la conoscenza di un luogo o le proprie competenze informatiche) e la mettono in vendita o la scambiano in rete.

Molti di questi siti possono essere usati, con le dovute cautele, per viaggiare risparmiando, per esempio attraverso lo scambio di casa. So che tra i lettori di educazioneglobale vi sono persone che ne sanno più di me, dunque il mio è un invito a collaborare, raccontando, nei commenti in calce a questo post, le vostre esperienze di sharing economy.

Ad ogni modo partiamo proprio dalla questione alloggio. AirBnB ad esempio, in pochi anni ha conquistato viaggiatori da tutto il mondo alla ricerca di alloggi economici e di esperienze di ospitalità più autentiche (anche se sta diventando progressivamente meno autentico). La formula è molto semplice, si condivide la stanza degli ospiti inserendo il proprio annuncio su una piattaforma web e ogni host può descrivere i servizi che offre. Stesso principio usato per Couchsurfing, anche se, in questo caso, quello che si offre è solo un letto o un divano-letto, magari nel proprio soggiorno (una cosa più adatta ai ragazzi che alle famiglie in viaggio).

Ci sono poi i tanti portali internazionali per scambiare la propria abitazione con altri proprietari in tutto il mondo, scegliendo le mete e i periodi dell’anno che si preferiscono (gli scambi possono anche non essere simultanei). HomeforHome Homeexchange e Homelink sono alcune delle piattaforme per lo scambio di casa.

Quanto ai trasporti non c’è neanche bisogno che li menziono: Uber e BlablaCar mettono in rete autisti e potenziali passeggeri con notevoli risparmi di costo per gli uni e per gli altri, minore impatto ambientale (e, in alcuni casi, arricchimento umano).

Alcuni siti sono invece mirati a chi vuole visitare un posto guidato da una persona del luogo. Vayable è uno di questi portali ma ci sono anche GuideMeRight e almeno almeno una decina di altre piattaforme simili, alcune con nomi carini tipo Curioseety oppure Native Cicerone.

Esiste poi tutto il mondo della vendita, del baratto e dell’affitto di oggetti. Le nostre abitazioni sono piene di beni che non usiamo più. Tanti di questi sono connessi anche alle vacanze: la tenda da campeggio, gli sci da bambino, la mountain bike. UseIt consente di trasformare beni dormienti nei nostri garage in oggetti da affittare, Reoose, invece, è una piattaforma di baratto dove un oggetto vale per quello che serve e non per la sua marca.

La sharing economy non riguarda solo gli oggetti ma anche il tempo: TimeRepublik permette di realizzare uno scambio di tempo e competenze con gli altri, come una banca del tempo, ma digitale e globale.

Alcune di queste piattaforme o risorse sono ancora peer – to – peer (insomma, sono i fricchettoni del web!), altre, come Uber, si sono trasformate in aziende vere e proprie e si sono piegate verso la logica finanziaria.  Chi volesse saperne di più, può trovare altri siti di economica collaborativa su collaboriamo.org.  Infine Eta Beta, il programma quotidiano di Radio 1 condotto da Massimo Cerofolini e dedicato ai fermenti innovativi che investono la società ha dedicato parecchie puntate alla sharing economy, qui un assaggio.

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