Riflessioni sul futuro dei nostri figli. Quale mondo del lavoro li attende?

Un paio di settimane fa, sono stata invitata in radio al programma Eta Beta (qui il podcast della puntata) per parlare di quale formazione scolastica dare ai giovani, guardando al futuro. Tema della trasmissione era “come preparare i nostri figli a un futuro dai contorni incerti e sempre più complessi?”.

In pochi minuti di trasmissione, tuttavia, si possono introdurre ma, soprattutto, svolgere, un numero assai limitato di argomenti. Ecco perché mi accingo a ritornare sul tema, come, del resto, avevo accennato qui.

Ho deciso, però, di trattare la questione in due diversi post.

Il primo è questo, e riguarda il mondo del lavoro che attende i nostri figli; dunque, il lavoro nel futuro.

Nel secondo post, per il quale vi aspetto la prossima settimana, proverò a formulare alcune ipotesi sulla preparazione scolastica ed universitaria più adatta a fronteggiare il futuro. Perché è vero che la scuola serve a dare una cultura e a formare un cittadino e non a fare formazione professionale, ma una qualche correlazione con la società e con il ruolo attivo che lo studente/discente dovrà avere un domani (come professionista o come dipendente) dovrà pur averlo…o no?

Parliamo del primo dei due temi: il mondo professionale che vedranno i nostri figli, sulla base dei mutamenti già in atto nel mercato del lavoro.

Per la prima volta nella storia umana, la maggioranza delle persone nel mondo sviluppato si guadagna da vivere usando la propria mente, piuttosto che i propri muscoli. Per migliaia di anni, l’umanità ha avuto un’economia basata sull’agricoltura; coltivare i campi è una cosa faticosa ma abbastanza facile da imparare. Poi, per qualche centinaio di anni, abbiamo avuto un’economia basata sull’industria. Anche in questo caso, si trattava di lavori faticosi, ma per i quali non serviva una grande formazione (basta pensare a Charlie Chaplin in “Tempi Moderni”…). Ora, nei paesi avanzati, abbiamo economie sempre più basate sulle informazioni, per le quali occorre acquisire continuamente conoscenze.

Con il miglioramento delle tecnologie e l’avvento del web, c’è stata un’ulteriore accelerazione. L’obsolescenza delle conoscenze è a ciclo continuo: in tutti i settori ciò che era importante ieri, non lo è oggi. Persino come consumatori e utilizzatori di beni ad alta tecnologia dobbiamo continuamente apprendere nuovi standard. E’ vero che gli oggetti tecnologici sono sempre più semplici da utiizzare ma, passando dal videoregistratore allo schermo touch, abbiamo comunque dovuto adeguare i nostri gesti e le nostre abitudini. Certo, come consumatori e utilizzatori di gadget ci siamo divertiti a farlo, ma basta parlare con persone più anziane per comprendere come questi cambiamenti, così seducenti e divertenti, nascondono anche un altro volto. Sovente, sento dire a persone molto anziane “ma come, avevo appena capito come funziona l’oggetto x che ora mi dici che devo passare all’oggetto y perché quello x non lo producono e non lo riparano più?!”.

Se trasliamo nel mondo del lavoro quello che accade a noi consumatori con i beni tecnologici, ci rendiamo subito conto della continua richiesta di adeguamento cui sono sottoposti i lavoratori.

I nostri figli, ancor più di noi, si muovono oggi e lavoreranno domani in questo mondo tecnologico e, anche se ora ci paiono sin troppo “digitalizzati”, verrà il momento in cui, anche loro, dovranno adeguarsi ad un “nuovo” che neanche immaginano e, improvvisamente, faranno fatica.

Un articolo del blog del World Economic Forum mostra come il mondo del lavoro stia cambiando. Molti mestieri che si faranno tra 20 anni devono essere ancora inventati.

Un rapporto della McKinsey segnala che entro il 2020, tra paesi sviluppati e in via di sviluppo, mancheranno circa 83 milioni di lavoratori highly skilled.

Quando faccio questi discorsi, le persone, in genere, mi fanno una smorfia di fastidio. Dicono: “ma se in Italia i laureati vanno a lavorare nei call center perché mi parli di creazione di posti di lavoro altamente qualificati o ad alta competenza tecnologica?”.  Poi raccontano del figlio dell’amica, che è laureato in ingegneria ed è disoccupato (o, più spesso, sottoccupato).

Io non sono un’economista, sono solo una mamma che si pone delle domande, dunque avanzo ipotesi tutte da dimostrare. Mi pare che, questo stato di cose, sia in parte dovuto alla scarsa competitività del nostro Paese, ma, in parte, al fatto che, alla fine, il futuro è sempre distribuito in maniera imperfetta e mai in modo uniforme. In altre parole, noi vediamo solo la perdita di mestieri esecutivi, e non vediamo l’introduzione di mestieri qualificati nelle tecnologie. C’è anche la possibilità che questi ultimi non siano numericamente così ampi come i primi e, dunque, che per i lavori che si perdono non se creino altrettanti (tema  affrontato da Jerry Kaplan in Le persone non servono. Lavoro e ricchezza nell’epoca dell’intelligenza artificiale).

Vorrei aggiungere un’altra cosa. Anche aspirando ad essere cittadini globali, molto del nostro destino dipende dalla nazione in cui siamo: dovremmo dunque impegnarci attivamente per rendere la nostra nazione e la nostra area di appartenenza (l’Unione Europea e l’area dell’Euro) degna di una collocazione più elevata.

Come? Non so dire, ma intanto facendo bene ognuno il proprio lavoro, studiando, informandoci e riflettendo attentamente prima di dare il nostro voto a chi ha intenzioni distruttive o a chi regala sogni troppo belli per essere realizzabili.

Ma torniamo al tema del lavoro. A fronte dei mestieri del futuro, metà dei mestieri che esistono oggi non esisteranno più. Ciò è preoccupante ed è quello che lascia tante persone senza lavoro, un po’ come accadde a figure professionali del passato, come i centralinisti. La differenza con il passato, tuttavia, è che il ritmo di questo cambiamento è molto più rapido; pertanto la ricollocazione del lavoratore presuppone una nuova formazione che spesso questi non fa in tempo ad acquisire. Insomma, come insegnava Schumpeter, la distruzione è creatrice, ma la creazione di nuove competenze è lenta. Che il mercato del lavoro sia dinamico non è una novità: ma bisogna fare attenzione al fatto che, se i saperi necessari per trovare lavoro cambiano rapidamente, è difficile ricollocarsi.

Ad esempio, nei supermercati vicino a dove abito sono arrivate le casse automatiche, che già vedevo all’estero da qualche anno. Cosa faranno cassiere e cassieri senza lavoro? L’economista del lavoro David Autor, recentemente intervistato da Freakonomics Radio (ho scritto qui dei loro meravigliosi podcast), utilizzando il freddo linguaggio dei modelli macroeconomici, afferma che i lavoratori che rimangono disoccupati “costlessly reallocate to their next best opportunity”. In un mondo perfetto, quegli ex cassieri diventerebbero tecnici che riparano le casse automatiche che si rompono o chissà che altro, ma comunque qualcosa. Ma questo non può accadere, sia perché serviranno comunque meno tecnici di quanto non servissero cassieri, sia perché, per fare quel mestiere, è necessaria, come è ben chiaro, una formazione specifica.

Se i mestieri blue collar sono stati già toccati da questa rivoluzione tecnologica, un domani lo saranno anche tanti mestieri che implicano una qualche forma di lavoro intellettuale (i mestieri white collar, dunque). Le occupazioni semi-intellettuali, che sono fatte di automatismi, sono già a rischio di informatizzazione. Lo vediamo, intorno a noi, per i mestieri che implicano attività di routine oppure transazioni che possono essere gestite on-line: pensiamo alle agenzie di viaggio, alle vendite al dettaglio e alle agenzie immobiliari, tutti lavori già spiazzati dal web. Quanto alle occupazioni intellettuali, basta pensare ai giornalisti e alla carta stampata (e non vado oltre).

Stante questo contesto, in ogni settore, più migliora la tecnologia e più le persone avranno bisogno di concentrarsi sulle competenze per le quali l’essere umano è (per ora!) insostituibile, su mestieri per cui serve almeno una o più delle seguenti abilità, in varie combinazioni: grande expertise non replicabile dai computer, creatività, calore umano, compassione. Le competenze e le professioni che sono più sicure di resistere all’automazione sono, quindi, quelle altamente qualificate, altamente creative o che richiedono un contatto umano.

Queste competenze “umane” o trasversali vanno integrate con le competenze di base: lettura, scrittura, calcolo e probabilità. I lavoratori che combinano con successo abilità interpersonali e quelle matematico–quantitative o tecnologiche dovrebbero trovare opportunità di lavoro gratificanti e, forse, anche lucrative (ma ciò dipende anche dal contesto economico del paese di residenza!).

Alcuni dei mestieri che presuppongono abilità squisitamente “umane” sono ben pagati; altri, purtroppo, sono mal remunerati. In questo secondo ambito rientrano mestieri che si considerano fondati su “qualità istintive” delle persone (in specie delle donne!) piuttosto che su una formazione specifica, vedi, per esempio, le educatrici dell’infanzia e le maestre di scuola primaria, figure che sono invece cruciali per l’educazione intellettuale, sociale ed affettiva dei bambini. Stesso destino per alcune professioni che hanno a che fare con l’accudimento di altri esseri umani non autosufficienti (le/i badanti, ad esempio) e con la sanità (infermieri e altre professioni sanitarie) e che, invece, sono cruciali per il benessere collettivo, anche a fronte dell’allungamento dell’aspettativa di vita.

Non è facile predire il futuro, ma mi pare che, dal quadro che ho tracciato, emergano le sfide principali del mercato del lavoro che attende i nostri figli, le cui caratteristiche saranno:

  1. Una forte domanda di personale qualificato in grado di pensare in modo creativo, lavorare in modo collaborativo, assumersi la responsabilità della propria formazione continua;
  2. Un crescente aumento della tecnologia in tutti i campi e la necessità di elevati livelli di capacità digitale e di adeguamento continuo a nuovi standard;
  3. Una crescente preoccupazione che le competenze e le conoscenze sviluppate a scuola ma anche all’Università non dureranno per una vita lavorativa;
  4. Una ulteriore diminuzione dei posti di lavoro stabili o “per la vita” (e di quelle figure tipiche di “impiegati a vita” di cui parlava il libro del 1956,  The Organization Man di William H. Whyte, Jr.);
  5. Un aumento della globalizzazione del lavoro, in cui un numero crescente di persone competerà con persone di altri paesi, o in modo diretto (perché arriveranno migranti o si dovrà emigrare per trovare lavoro qualificato) o in modo indiretto (perché si consumeranno beni prodotti altrove e a minor costo).

Oltre che di una scuola europea, uguale in tutta l’Unione, di quali competenze avranno bisogno gli studenti di oggi per trovarsi a proprio agio nel mondo di domani, che sta cambiando tecnologicamente ed economicamente ad un ritmo senza precedenti?  Proverò ad avanzare alcune ipotesi la prossima settimana. L’appuntamento è sempre qui, su educazioneglobale!

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