consigli e risorse per essere cosmopoliti

Piccoli libri utili a chi farà il liceo classico (e non solo)

Sul tema del liceo classico sovente torno. Non amo la sicumera che genera, come se questa scuola vetusta, nelle materie oggetto di studio ma, assai di più, nelle modalità in cui questo studio si esplica, fosse il bene, il bello, l’utile alla mente più di ogni altra cosa.

Di fatto, sembro diventata una anti-latinista tout court da quando ho scritto il post Serve ancora il latino? Prima puntata. In realtà lì riprendevo alcune considerazioni esposte nello studio dell’Associazione TreeLLLe (Latino perché? Latino per chi?).

In quello studio, una delle autrici (Françoise Waquet) narrava di come, quando il latino non è stato considerato più fondamentale alla vita civile, i suoi difensori si sono inventati dei motivi “intellettuali” per la sua conservazione nell’educazione scolastica. Si trattava di argomentazioni enunciate secoli prima e spesso giunte intatte sino a noi.  Chiamiamo queste argomentazioni i pregiudizi sul latino: che il latino (come il greco antico) sia benefico per le facoltà intellettuali dei giovani (latino e greco come ginnastica mentale); che il latino e il greco educhino al bello e al bene (che siano materie esse sole portatrici di sensibilità estetica e morale).

Insomma, ciò che infastidisce della scelta del liceo classico o dello studio delle lingue classiche non è tanto la questione della loro utilità, ma piuttosto la convinzione dogmatica che siano la palestra per eccellenza del ragionamento (ed invece vi sono studi che dimostrano che il latino – del greco antico neanche si parlava – non insegna a ragionare).

Resta il fatto che, chi ha fatto il liceo classico non lo critica mai. Penso di essere l’unica. E aggiungo che a me piacque. Mi piacque, tutto sommato, perché ero e sono interessata alle parole, così come alla storia, per cui non mi dispiaceva una scuola con lo sguardo volto al passato. Solo non comprendevo la ragione per la quale dovessi stare quaranta minuti, scartabellando il vocabolario Rocci in su e in giù e districandomi tra aoristi fortissimi, solo per tradurre in un decente italiano frasi del tipo: “gli opliti avanzavano lentamente, con gli scudi bronzei che scintillavano al sole”.

“Ma che, davvero?” avrebbe detto mia figlia adolescente al mio posto. Io mi limitavo a percepire la frustrazione di non poter leggere gli autori classici in una qualche lingua moderna e farla finita con la descrizione degli opliti.

Ogni tanto, però – e qui vengo al motivo di questo post – il mercato editoriale partorisce qualche idea che può rendere più agevole il riconciliarsi con le lunghe ore spese su certi passi di Cicerone o a capire che gli opliti avanzano lentamente, con gli scudi che scintillavano al sole. A riconciliarsi, insomma, con il latino e con il greco antico, non visti come “palestra per la mente” ma solo (e non è poco!) come parte della nostra storia, linguistica e culturale, e come tassello della formazione dell’identità europea.

A chi si appresta a fare il liceo classico, o anche a chi si è iscritto al liceo scientifico o linguistico dove vi è lo studio del latino, può tornare quindi utile un libretto come Cum grano salis, sottotitolo “il latino per la persona di mondo: significato e origine di massime e detti celebri, da citare in ogni occasione”. E’ una piccola rassegna delle numerose espressioni latine che hanno lasciato il segno nella nostra lingua e sono comunemente usate ancora oggi. Perché se non è vero che il latino insegna “la logica” è però vero che il latino ci insegna molto della lingua italiana, che, d’altronde, ne è la prosecuzione.

Cum grano salis è quindi un prontuario che raccoglie le espressioni più celebri: massime, versi poetici, motti di spirito, parole che fanno parte della lingua italiana, dandone la traduzione letterale e, quando necessario, spiegandone il significato assunto nel corso dei secoli. In realtà l’apparato critico di questo libretto è ridotto al minimo, ma è proprio questa caratteristica che lo può rendere più gradito ai giovanissimi.

Un’operazione simile – questa del tutto gratuita – ha fatto la copywriter Annamaria Testa nel suo ormai celeberrimo blog Nuovo e Utile, ossia la raccolta di centinaia di espressioni latine che fanno parte della lingua italiana: agenda, iter, veto e tante altre parole che usiamo quasi quotidianamente.

Altro libro snello ma utile a chi si avvicini alla cultura classica e ne sia totalmente digiuno è il Dizionarietto di greco, sottotitolo “Le parole dei nostri pensieri”. Gli autori del libro in questione, Paolo Cesaretti dell’Università degli Studi di Bergamo ed Edi Minguzzi dell’Università Statale di Milano, vedono il mondo dalla lente un po’ parziale dei loro studi classici e affermano che il greco antico non è lingua morta perché il Dizionarietto, mostra come l’universo linguistico greco sia il “serbatoio concettuale” di 3000 anni di cultura occidentale: insomma, la lingua greca antica vista come “macchina per pensare”.

Sia come sia, il libro è utile e carino, ci ricorda l’etimologia di molte parole che usiamo tuttora, i cambiamenti dei loro significati nel tempo, le curiosità e riporta brevi citazioni di passi greci proposti nell’originale, trascritti e tradotti.

Crisi, Fantasia, Erotismo, Economia. Ne ho prese quattro di parole, molto diverse tra loro, con un unico denominatore: vengono tutte dal greco.

La voce “Alfabeto”, ad esempio, a parte l’etimologia del termine, ripercorre in breve il grande scontro tra oralità e scrittura. Ricordavo quest’odio degli antichi, immersi in una cultura orale, per la scrittura. Il Dizionarietto mi ha consentito di “ricucire i pezzi” di questi concetti. L’introduzione della scrittura comportò uno sconvolgimento nel modo di acquisire e di esprimere il sapere: nel mito, l’introduzione dell’alfabeto provocò la maledizione e lo sterminio dei discendenti di Cadmo, il fenicio colpevole di aver portato l’alfabeto in Grecia. Non meno tragico il mito di Palamede, inventore e vittima della scrittura; Odisseo, che lo odiava, fece trovare nella sua tenda uno scritto che lo incriminava per tradimento e provocò, così, la sua fine.

Platone narra che il sovrano d’Egitto rifiutò di diffondere la scrittura nel suo regno, perché essa avrebbe avuto l’effetto di produrre la dimenticanza. In breve, scrivere consente di ricordare ma fa perdere la memoria, ecco il paradosso. E poiché sempre tutto torna, il buffo è che si tratta delle stesse accuse che, in epoca contemporanea, muoviamo al web, ai motori di ricerca come google e a wikipedia, che sempre di più sostituiscono la nostra memoria con i loro servizi di pronta informazione…

Prontuari e dizionarietti sono regali utili per i ragazzi che si apprestano a fare i nostri vetusti licei e, in particolare, il liceo classico.

Con l’occasione – sia pur con la mia limitata esperienza – do anche un consiglio ai genitori degli adolescenti: non aspettatevi troppo. Non li leggeranno subito. Passeranno molto tempo a pensare ai loro sabati sera, a fumarsi le prime sigarette, ad introdurre nel loro vocabolario neologismi adolescenziali che con il latino o il greco paiono aver poco a che spartire (ma attenzione che non è sempre così…). Li avete mai sentiti? Si tratta di scialla (“stai tranquillo” “rilassati”, “non c’è problema”); accollato (appiccicato, detto di persona che s’intromette e che non si vorrebbe); sgravato (parola onnipresente che ha la funzione un tempo esercitata da “fico!”); greve (nel senso di grave e non di volgare); scesa (che si dice di qualcosa che mette di cattivo umore, che fa passare l’entusiasmo).

Ma voi genitori non perdetevi d’animo: prontuari e dizionarietti forse non saranno apprezzati all’inizio, ma lo saranno più in là, quando i vostri giovani cominceranno a penare sui maledetti opliti…

 

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Comments

  1. Se leggete i miei commenti all’articolo citato dalla webmaster, scoprirete che fra i critici del classico, pur suoi ex allievi, ci sono anche io, e quindi non mi ripeto qui, perche’ annoierei.
    Mi permetto invece un consiglio positivo: la traduzione e’ una scienza, e quindi, se traduzione dev’essere, la si faccia bene. Per evitare gli orrori delle traduzioni arronzate, tipicamente sovraccariche di gerundi, consiglio il testo di Umberto Eco “Dire quasi la stessa cosa”, praticamente “Istituzioni di teoria della traduzione”. Provatelo e non ve ne pentirete, anche quando leggerete una qualsiasi traduzione dell’ultimo best seller.

  2. Sempre utili e ghiotti i tuoi suggerimenti, Elisabetta! In particolare questi capitano ah hoc, ora che la mia adolescente ha espresso interesse per la lingua latina.
    Il latino, che finora volutamente ho tenuto fuori dalla porta, sembra essere rientrato dalla finestra, complici Karl Linnaeus e J.K. Rowling.

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