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I programmi dei licei: non è ora di cambiare?

educazioneglobale matite2014In tutti i sistemi di istruzione del mondo i contenuti dei programmi delle scuole primarie (elementari) sono abbastanza simili. Le somiglianze tra i curricula di un paese e  un altro sono forti. In quasi tutto il mondo si studia la propria lingua nazionale, una lingua straniera, la matematica e le scienze, la storia e la geografia, l’arte, la musica e il movimento.

Per le scuole secondarie, invece, decidere cosa debba essere insegnato e, quindi, studiato è tutta un’altra questione, per due motivi.

Il primo è che, specie per la secondaria di secondo gradoci si avvicina al momento in cui si prenderà parte attiva alla società, dunque si è più vicini al momento in cui si inizierà una attività lavorativa. Tale attività sarà più o meno all’orizzonte, a seconda che si prosegua o meno con studi universitari.

In secondo luogo, perché è in questa fase della propria formazione (fase che è già iniziata nella preadolescenza) che una ragazza o un ragazzo esprime delle preferenze, per così dire, “vocazionali”.  E’ l’età in cui si differenziano gli interessi: una ragazza ama leggere e un’altra ama solo lo sport; un ragazzo preferisce la matematica alla letteratura e un’altro è interessata alla storia ma non ama le materie scientifiche, e via dicendo.

Tra i tanti problemi della scuola, le secondarie di secondo grado soffrono di un problema di adeguamento di contenuti (per non parlare dei metodi didattici o dell’uso della tecnologia…).

Nei licei ed, in particolare, per il liceo classico, i contenuti sono rimasti più o meno quelli dei tempi in cui il classico era il luogo di formazione di una ristretta parte della popolazione.  Ma la società italiana è profondamente cambiata dagli anni in cui Giovanni Gentile creò il liceo classico – unico dal quale si poteva accedere a ogni facoltà universitaria – come lo strumento di formazione per eccellenza della classe dirigente.

I contenuti dell’impianto umanistico su cui si fonda la scuola italiana – ed anche il c.d. liceo scientifico – sono oggi lontani anni luce da una società, in cui dominano la tecnologia, le scienze, la statistica, l’economia e il diritto.  Dunque l’aoristo e l’ablativo assoluto, l’endiadi e la crasi sono concetti di primaria importanza a scuola ma finiscono di avere rilevanza il giorno dopo l’esame di Stato, quando acquistano importanza (anche o soprattutto) altre discipline, non necessariamente meno nobili, di cui il neodiplomato ignora tutto.

Questa discrasia fra ciò che viene insegnato e appreso nella scuola e ciò che rileva nel mondo reale (e dico nel mondo reale, non solo nel mondo del lavoro) c’è da decenni ma, se forse era ancora sopportabile alla fine del ‘900, oggi è diventata troppo grande.

Lo scollamento tra scuola e vita è diventato troppo grande. Forse è anche per questo che gli studenti sempre di più stanno abbandonando il classico a favore dello scientifico (considerato un pò più “vicino alla realtà”, un pò meno inattuale) o che scelgono percorsi più internazionali.

L’inattualità dell’impostazione dei licei fa porre ancora una volta l’annoso problema di che cosa continuare a portarsi dietro del passato (cosa fare del latino e del greco, ad esempio) e che cosa invece abbandonare. Ha ancora senso studiare le lingue classiche, ed in particolare il greco antico? Ho già affrontato il tema con riferimento al latino.  Mi limito a dire che è vero che la conoscenza della lingua ci permette la lettura dei testi dei grandi autori nella versione originale, ma altre conoscenze oggi hanno assunto uguale se non maggiore importanza.

Il latino e il greco non sarebbero un male in sé, ma, se nei test internazionali PISA i quindicenni italiani risultano sotto la media in matematica e in scienze, materie essenziali per sostenere l’innovazione e la crescita, ecco allora che sorge qualche dubbio su come si potrebbe impiegare più efficacemente il tempo a scuola.

Il discorso è, però, ancora più complesso. Infatti non intendo affermare che occorra studiare solo ciò che è utile al lavoro, altrimenti l’istruzione finisce per essere asservita al profitto, come effficacemente affermato da Marta Nussbaum, in “Non per profittoe finirebbe per essere solo ‘formazione professionalizzante’.  Non c’è dubbio che conoscenze e competenze non devono solo essere solo funzionali all’uso economico immediato, ma sono necessarie per diventare esseri umani migliori, per accrescere la qualità della vita, per godere d’un patrimonio immateriale come quello della letteratura, dell’arte, della scienza, per apprezzare la bellezza.

Quindi occorre che sia chiaro che non bisogna studiare solo per favorire la crescita economica, altrimenti si studia solo ciò che è utile al mercato e non ciò che è utile agli esseri umani (che è molto di più).  La conoscenza approfondita della storia, della filosofia, o della letteratura e delle arti servono a formare dei buoni cittadini e sono, quindi, alla base di una cultura democratica.

A ben vedere dobbiamo ricordare, come scriveva il grande romanziere Victor Hugo ne I Miserabili, che non è utile solo l’utile ma è utile anche il bello.  In altre parole, che alcune cose debbono essere apprese perché utili ad integrarsi nella società in cui si vive e svolgervi un’attività retribuita; altre, quelle magari poco ‘utili’ saranno comunque preziose per formarci un’identità, possedere una cultura, sviluppare il nostro senso civico a aiutarci a formare una visione del mondo.

Come afferma Howard Gardner, l’educazione deve ruotare attorno a tre componenti, a tre sfere, che sono presenti in ogni cultura: la sfera della verità (nella quale rientrano ovviamente anche i corrispettivi negativi del falso e dell’indeterminabile); la sfera della bellezza (o della sua assenza) e la sfera della morale (di ciò che consideriamo bene o male).  Il percorso educativo ideale, secondo lo psicologo Howard Gardner, è quello che consente allo studente di sviluppare il pensiero critico per distinguere, nell’ambito della sua cultura, tra vero e falso, tra bello e brutto e tra bene e male.

Allora come trovare il giusto mezzo tra l’utile e il bello?

Basterebbe proporre un “utile” uguale per tutti (lingua 1, matematica, scienze, storia, lingua 2) e lasciare scegliere il “bello” (greco antico o letteratura russa, scrittura creativa o psicologia) secondo un criterio vocazionale.

Allora proviamo ad immaginare questa scuola “diversa”.

La scuola superiore dovrebbe essere unica, non suddivisa in istituti tecnici e licei, ma dovrebbe articolarsi in materie di base e materie opzionali. Dopo un biennio comune di discipline di base, lo studente di 16 anni dovrebbe poter scegliere una parte del suo curriculum, dando più spazio a certe materie e meno ad altre.  Si dovrebbero mantenere alcune materie di base e altre opzionali, ad esempio corsi che approfondiscano aspetti artistici, musicali o particolari periodi della letteratura ma anche inserire la tematica economico-giuridico-sociale (come fa il liceo classico europeo).  E’ sulle materie opzionali che si può recuperare anche il greco antico, invece di spingere centinaia di studenti ad affrontarlo nell’ambito del liceo classico. Ed è anche tra le materie opzionali che si possono offrire discipline che preparano ad una attività professionale e, quindi, con molte ore di laboratorio o tirocinio.

La didattica degli ultimi due anni di secondaria di secondo grado supererebbe dunque lo schema “stesse materie allo stesso livello” per tutti coloro che hanno la stessa età. Niente più classi scolastiche, bensì gruppi di apprendimento definiti da livelli. Come funziona? E’ semplice. Per ogni materia c’è un livello di base, che tutti devono raggiungere,  e uno o più livelli più avanzati (così funziona anche l’IB). Ad esempio, tutti devono seguire il corso di matematica 1 e 2 ma solo chi è appassionato fa anche matematica 3 o 4. Per le materie che lo studente ha scelto come minoritarie, o che ha scelto di fare ad un livello inferiore, deve quindi essere stabilito il livello di competenza minima, ad esempio: uno studente decide di fare storia solo fino al livello 2, che è il requisito minimo, e matematica fino al livello 4, o il contrario.

Alla fine della scuola, l’esame di Stato – ma ne ho scritto in un altro post – è modulare e, a seconda delle materie studiate e del livello ottenuto, vincola l’ammissione ai corsi universitari (e l’adozione di uno standard misurabile garantirebbe anche coloro che intendono fare l’università all’estero). Non potrà così accadere che si iscriva a Lettere un diplomato che non ha sostenuto (e superato) la prova di italiano a livello avanzato, o a una facoltà scientifica chi non ha sostenuto (e superato) la prova di matematica a livello avanzato.

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Comments

  1. Nussbaum, come altri suoi colleghi d’oltre oceano, hanno una concezione diversa di humanities rispetto a quella che intendiamo noi qui in Italia. La concezione mediterranea è rivolta al passato ed al locale, come strumento per dare una identità nazionale alla propria classe dirigente. Per parafrasare Edward Said, la cultura umanistica passatista dà una base comune di letture alla classe dirigente accioché la classe dirigente possa essere legata al suo interno dal fatto di non aver capito, o dimenticato, gli stessi libri. La concezione d’oltre atlantico delle humanities ha invece a che fare con i problemi dell’uomo di oggi, ad esempio, con le forze “deumanizzanti” della globalizzazione, e gli effetti perversi dei valori neoliberisti e dell’avidità economica che eufemisticamente vengono definiti “libero mercato”.

    Il greco attico e il latino sono utili? No, se non aiutano la mente e non rafforzano le capacità del pensiero critico. Rispetto alle università degli altri paesi, le università italiane sono popolate da studenti che hanno ricevuto dosi massicce di cultura classica, nella versione del liceo classico e scientifico. Gli studenti universitari che hanno fatto latino a scuola sono molto di più della quota di studenti che si diplomano da scuole dove si insegna il latino (circa il 40%). Non è imprudente affermare che oltre il 50% degli studenti è cresciuta con latino e filosofia, se non lo stesso greco. Quindi i ns studenti dovrebbero avere in corpo dosi da cavallo di pensiero critico e menti super aperte, almeno rispetto agli studenti americani dove i migliori frequentano scuole che da noi verrebbero bollate come istituti tecnici.

    L’Anvur ha recentemente messo a confronto il pensiero critico dei laureandi italiani utilizzando un test statunitense (il CLA+) – opportunamente adattato per l’Italia (il confronto fa parte di uno studio più ampio che interessa anche altri paesi dell’OCSE) – che viene somministrato ai laureandi delle università americane. Il test dell’indagine TECO misura in qualche modo proprio il pensiero critico, la capacità di ragionamento e di argomentazione, tutte abilità che, a differenza dell’intelligenza, possono essere apprese con lo studio. Per i laureandi italiani però è stato necessario semplificarlo e ridurlo perché apparentemente troppo difficile rispetto ai colleghi USA. Gli studenti italiani sarebbero viziati da una preparazione troppo crociana che li penalizzerebbe nel ragionamento scientifico e nell’uso di grafici e tabelle, e anche avrebbero manifestato una certa lentezza nella lettura.

    Per usare le parole dell’Anvur: “L’adattamento italiano è poi consistito nel ridurre il numero di documenti di accompagnamento nella parte PT del test, partendo dall’ipotesi (poi nei fatti dimostratasi purtroppo fondata) che esista una scarsa abitudine alla lettura rapida e accurata da parte dei giovani italiani, e in aggiunta nel contenere a soli 90 minuti il test nel suo complesso, confermando 30 minuti per la parte SRQ, ma inserendovi solo 20 e non 25 domande a risposta multipla (come invece avviene nell’equivalente test svolto negli USA). Ulteriormente, l’adattamento all’Italia è consistito nell’eliminare dalla parte SRQ quegli elementi dei quesiti che alla platea dei nostri studenti potevano apparire troppo matematici, vista l’ipotesi (anch’essa purtroppo rivelatasi corretta) di una impostazione prevalentemente crociana ancora dominante nella cultura del Bel Paese: per esempio, il Comitato dei Garanti ha deciso che nelle domande non si poteva fare riferimento a più di un grafico o di una tabella per argomento, e che questi non dovevano portare riferimenti a indicatori statistici (come il t-statistico), in Italia largamente ignoti in tutte le discipline diverse da quelle strettamente legate alle scienze in senso stretto.”

    Nonostante questi aggiustamenti, aver tolto le domande più difficili e aver ridotto il numero delle domande per non stancarli i risultati sono stati che gli italiani sono più o meno uguali nel ragionamento degli studenti americani (NB: versione facile vs versione difficile), con un significativo gap nel ragionamento scientifico.
    Se si tiene conto che l’istruzione universitaria è più popolare negli USA e che i classici dell’antichità vengono totalmente ignorati dal 99% della popolazione studentesca la policy implication è molto chiara.

    per leggere uno stralcio del rapporto : http://www.anvur.org/attachments/article/248/Rapporto%20TECO%20stralciato.pdf

  2. Buonasera a tutti. Post molto interessante, stamattina mi ha ispirato l’idea eversiva che vado ad esporvi. Lo dico subito: è una provocazione
    Immaginate di essere un alieno, diciamo Thomas Jerome Newton, protagonista de “L’uomo che cadde sulla terra”, il quale, se ricordate, arriva sul nostro pianeta, per ragioni che si capiscono alla fine del libro, con lo scopo di accumulare una fortuna brevettando e sfruttando industrialmente alcune invenzioni che sul suo pianeta sono cosa di tutti i giorni, ma sono molto più avanzate rispetto alla tecnologia terrestre. Siete muniti di un cervello intelligente, conoscete la matematica, che è un sapere universale, conoscete una o due lingue terrestri, perché prima di partire le avete studiate bene ascoltando le nostre trasmissioni radiotelevisive, disponete di discrete risorse economiche, ma è tutto qui: non possedete poteri magici o sovrannaturali. Per sfortuna vostra, siete atterrati in Italia, e scoprite ben presto che senza il fatidico “pezzo di carta”, cioè almeno un diploma di secondaria superiore, non potete muovervi, perché nessuno vi prende sul serio; siete quindi nella necessità di procurarvelo presentandovi “da privatista” al relativo esame. Come fareste? Verosimilmente, entrereste in una qualsiasi libreria Feltrinelli, comprereste tanti “bigini” quante sono le materie descrittive d’esame- ad esempio, storia, geografia, letteratura, diritto, e quant’altro è richiesto per il diploma di ragioniere- sprofondereste nello studio per due o tre settimane, e l’esame non sarebbe un problema.
    Cosa intendo dire con ciò? Che le uniche materie che contano veramente sono quelle che si ritrovano nei programmi delle scuole di livello inferiore di tutto il mondo, e che a ragione tutti considerano importanti, ovvero in sintesi leggere, scrivere e far di conto. Chi possiede queste abilità di base ad un livello sufficiente, affronta qualsiasi corso di studi anche studiando per conto proprio attraverso buoni riassunti. Siamo sinceri: all’infuori, appunto, del leggere, scrivere e far di conto, chi ricorda qualcosa di quello che ha imparato a scuola, magari al costo di fatiche inenarrabili? Mi è piaciuta molto la frase di Francesco 100, penso però che non solo le elites, ma tutti gli ex allievi di una qualunque scuola siano accomunati dal fatto di avere dimenticato, o di non avere capito, gli stessi libri.
    Messa così, è chiaro dove voglio arrivare: i due terzi di quello che si studia nelle scuole secondarie superiori, se mettiamo da parte ogni ossequio alla tradizione, sono una solenne perdita di tempo, e il fatto che ci sia incertezza sulla scelta delle materie relative ne è la riprova. Se qualcosa è veramente importante, tutti sono d’accordo nel riconoscerla tale.
    Sento già la domanda che ne consegue: cosa propongo in alternativa? Qualcosa di molto logico, e di molto semplice ad un tempo. Se il modello vincente è quello delle scuole di livello inferiore, non serve altro che replicarlo, ovviamente a livello superiore. Vi schematizzo il mio curricolo ideale.
    Leggere. Nelle scuole primarie e secondarie di primo grado, la lettura è essenzialmente comprensione grammaticale e sintattica, raramente si va oltre il controllo sul vocabolario del significato di singole parole. A livello superiore, ogni studente dovrebbe invece imparare a studiare e capire, con la guida dell’insegnante, testi di livello via via più complesso, il più possibile scelti da lui. Non importa cosa legge, l’importante è che legga, e che legga cose sempre diverse. Dalla comprensione grammaticale e sintattica, l’insegnante allarga il discorso: contestualizza l’opera, ne spiega lo stile, eccetera. Siccome poi per leggere, banalmente, occorrono dei libri, il docente spiega come si usa una biblioteca, come si fa ricerca bibliografica, come si scheda il materiale, come si fanno le citazioni, e fa mettere in pratica la spiegazione. Il modello è uno dei miei testi preferiti, il capitolo “La biblioteca di Alessandria” del noto “Come si fa una tesi di laurea”, in cui Umberto Eco dimostra che si può entrare in una biblioteca digiuni di un argomento specifico, e uscirne conoscendolo a livello sufficiente, appunto a quel livello che si richiede ad un esame di maturità.
    Scrivere. Nelle scuole primarie e secondarie di primo grado, ci si accontenta –ed è già molto- di un testo senza errori di grammatica e ortografia, e l’unico genere frequentato è il classico tema, in dosi omeopatiche. E’ raro che si facciano più di quattro o cinque temi in classe all’anno, e sull’esercizio di copia e incolla rappresentato dai temi a casa è meglio sorvolare. E’ un po’ come, se mi passate l’analogia, alla scuola di volo si pilotasse solo l’aliante, o l’addestratore a doppio comando, per quattro o cinque volte in tutto il corso. Scrivere a livello superiore, a mio avviso, vuol dire scrivere di tutto e tutti i giorni. Con l’aiuto dell’insegnante, si praticano i diversi generi letterari, dalla lettera di reclamo al sonetto: l’obiettivo finale è rappresentato dal buon giornalista, che scrive un pezzo decoroso, della lunghezza assegnata, su qualsiasi argomento indicato dal capo redattore. Chiaramente, lettura e scrittura vanno di pari passo: l’una offre materiali per l’altra. E penso che una persona che ha letto e scritto tutti i giorni per la durata normale di una scuola secondaria, a superare la prima prova dell’esame di maturità non avrebbe problemi, anzi avrebbe qualcosa da insegnare anche alla commissione.
    Far di conto. La matematica delle scuole primarie e secondarie di primo grado si limita, sostanzialmente, alla geometria euclidea, e non tutta, alle quattro operazioni sull’insieme dei numeri reali e alle equazioni di primo grado. Tutto il resto è fatto talmente male, in modo del tutto sconnesso dal suo effettivo significato, da essere del tutto inutile. Controprova: chi ricorda qualcosa dei polinomi? O della regola di Cramer? Basterebbe quindi partire da quanto si è fatto e proseguire a livello superiore in modo serio, che per me significa anzitutto evidenziare i problemi pratici che storicamente hanno dato origine a date teorie matematiche, e mettere così gli allievi in grado di farle proprie. In questo modo, tra l’altro, si passano in rassegna tutte o quasi le scienze esatte, che in definitiva sono matematica anche loro. Vi assicuro che la musica cambia: provate a spiegare ad un ragazzo, anche delle medie inferiori, a cosa servono veramente due classiche bestie nere degli studenti -la scomposizione in fattori primi ovvero la teoria degli insiemi- e ve ne accorgerete. Per avere un’idea di ciò che intendo, leggete un altro dei miei testi sacri, il “Mathematician’s delight” di Walter W. Sawyers.
    Tutto ciò fatto, siamo nella posizione dell’alieno del nostro esempio: per superare l’esame di Stato, basta qualche settimana per memorizzare il programma ministeriale attraverso un sunto ben fatto. A questo punto, si è davvero maturi per la scelta professionale, nel senso che si può incominciare a studiare le nozioni che poi serviranno per lavorare.
    Un simile sistema -che a ben guardare è quello seguito da tutti i geni autodidatti- fino a pochi anni fa era praticamente impossibile da realizzare. Leopardi non sarebbe stato Leopardi senza l’immensa biblioteca familiare, ma fino ad epoca recente ben pochi potevano possederne una simile, mentre oggi bastano un computer e una chiavetta internet. Serve però un “dettaglio” non trascurabile: un maestro nel senso filosofico del termine, che abbandoni completamente il classico insegnamento burocratizzato (lezione frontale, con la classe che sonnecchia, viatico di “studiate da pagina tale a pagina talaltra”, interrogazione che ripete il testo più o meno a memoria…) e lavori assieme a ciascun studente. A sua volta, per far ciò servirebbero capacità personali e soprattutto tempo: una classe di dieci o dodici studenti sarebbe, io credo, il massimo proponibile. Certo, ne uscirebbero persone colte e critiche, ma al Ministero che eroga i fondi, chi glielo fa capire? Non è forse un caso che Thomas Jerome Newton venisse da un altro pianeta…

  3. Studiare la letteratura esclusivamente del proprio Paese apre la mente ma resta un fatto interno al Paese, studiare le lingue ti fa comunicare col mondo, studiare la matematica e le scienze ti fa dialogare con l’universo.
    Detto questo, nello studio delle materie umanistiche il metodo di Francesco Spisani e’ molto condivisibile, incentivare la lettura e la scrittura, produrre dopo aver letto! E poi dare più spazio alla matematica e alle Scienze, oltre ovviamente alle lingue, per comprendere come sono fatte le cose, il mondo, il cosmo, e riuscire a dialogare fuori dei confini nazionali!!!!!

  4. Condivido dalla prima all’ultima riga. Propongo solo un piccolo ritocco: tra le 5 materie obbligatorie alle superiori penso ci debbano essere, oltre ad italiano, matematica ed inglese, filosofia ed informatica.
    Infatti voi proponete due materie, come storia e scienze, che sono spesso studiate mnemonicamente e si tramutato in un mero nozionismo.
    Al contrario, filosofia ed informatica sarebbero ottimi strumenti per ragionare.
    Che ne pensate?

    1. Ciao Vittorio, intanto non darmi del “voi” 🙂
      Ogni discplina può essere insegnata o studiata in modo meccanico/mnemonico…o meno.
      La storia alla fine è fatta di storie, di cause e di effetti, di come e di perchè; le scienze di dovrebbero imparare prima in laboratorio e poi sui libri.
      La verità è che ogni materia può essere affascinante, dipende da come la fai.
      In una scuola superiore ideale, ognuno, fatte varie materie ad un livello di base, dovrebbe potersi scegliere, nell’ultimo biennio, le sue materie, identificando così un suo percorso culturale.

  5. Avevo scritto questo post parecchi mesi fa. Ora, in questi giorni, in uno dei decreti che discendono da la Buona Scuola del Governo Renzi, ci sono norme volte a stabilire la personalizzazione del corso di studi per gli studenti del triennio del liceo (v. http://www.wired.it/attualita/politica/2015/01/26/buona-scuola-trasforma-i-licei-in-high-school/). Se ben realizzata (e sottolineo il “se”) questa può essere la novità che auspicavo nel post.

    1. Che bella notizia….sempre che il “se” si avveri come dici giustamente tu. Anche io auspico da anni la scuola superiore “unica” come in America. Anche perche’ trovo decisamente difficile far fare la scelta ad un bambino di 13 anni, scelta troppo importante a quell’età.
      Per quanto riguarda i programmi vi racconto cosa ho saputo in questi giorni. La figlia di una mia amica (molto brava a scuola) frequenta il liceo scientifico e farà il quarto anno in Inghilterra, avrebbe voluto frequentare la l’intero anno scolastico ma ha poi optato per 5 mesi, su suggerimento della professoressa, in quanto rimarrebbe troppo indietro del programma di matematica come avvenuto per gli studenti che l’hanno preceduta. Lo so che non bisogna generalizzare, ma almeno in questo caso, il programma che svolge di matematica il nostro liceo scientifico (pubblico) e’ piu’ avanti di quanto in UK. Questo mi ha molto sorpreso, ma poi ho ricordato che la compagna di scuola di mia figlia arrivata in 5 elementare (pubblica) dopo 3 anni negli States, ha faticato tantissimo per mettersi in pari di matematica.

  6. Aggiungo ai commenti su questo mio vecchio post un link ad uno scritto interessante apparso su Noise From Amerika, nel quale si discute dei programmi dei licei (lo fa un giovane universitario). A chi è interessato a leggerlo consiglio anche di leggere o almeno scorrere anche i commenti che il post ha generato. Il tema, in sostanza, è se nella scuola italiana non si finiscano per studiare troppe materie ma in maniera troppo superficiale: http://noisefromamerika.org/articolo/scuola-italiana-vista-emigrato
    Il dibattito, ovviamente, è aperto….

  7. Ho letto l’articolo e pur ritrovandomi in alcune considerazioni dello studente emigrato, trovo che tutti sovrastimino la propria esperienza. Anche il liceo che frequentai io ha ottenuto risultati PISA superiori alle migliori scuole finlandesi ma rimane pieno delle tipiche contraddizioni della scuola italiana ( prima tra tutte la tanta teoria e zero pratica). Mi sembra che non c’è confronto con le scuole a curriculum IB, è proprio un’altro campionato: vince IB 3-0 contro i licei italiani. Anche le considerazioni fatte da alcuni sulle scuole statunitensi mi sembravano frutto di una pessima conoscenza di come funziona la scuola al di là dell’oceano e che in questo blog stefano100 ha molte volte spiegato bene. Dovrebbe intervenire lui su quell’articolo.

  8. Oggi ho letto questo articolo http://www.internazionale.it/opinione/claudio-giunta/2016/10/02/fmanuale-letteratura-scuole-superiori sul manuale di letteratura scritto da Claudio Giunta per le scuole superiori
    e mi sembra importante citarne un pezzo a commento di questo mio vecchio post sui programmi scolastici:
    “Ogni volta che difendiamo il curriculum tradizionale, ogni volta che ci offendiamo perché questo o quell’autore, questo o quel testo vengono espunti dalle letture obbligatorie, ogni volta che trasecoliamo al pensiero che i liceali del futuro non leggano, come noi abbiamo letto, I pastori di d’Annunzio, o non sappiano che I Malavoglia dovevano far parte dei Ciclo dei Vinti, o che l’antenato di Dante si chiamava Cacciaguida, noi stiamo dicendo che un buon sistema scolastico dovrebbe inculcare negli studenti le stesse identiche nozioni che a suo tempo hanno inculcato a noi (lasciando la gran parte di noi, naturalmente, del tutto inerti e disinteressati), stiamo dicendo che dovrebbe produrre persone uguali a noi. Ma noi abbiamo un mucchio di difetti, dovuti anche alle cose che abbiamo imparato (e non imparato) a scuola; e abbiamo vissuto un altro tempo, né migliore né peggiore di questo – solo diverso”

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