consigli e risorse per essere cosmopoliti

Come si riconosce una scuola eccellente? L’ho chiesto a un grande esperto: Stephen Spurr

Il nome di Stephen Spurr suonerà nuovo ai lettori di educazioneglobale.loc, forse anche a coloro che hanno i figli in scuole internazionali o britanniche sul suolo italiano.

Considerato dal quotidiano “Evening Standard” come uno dei mille londinesi più influenti, Stephen Spurr è un grande esperto di quel settore che il mondo anglosassone chiama Education e che in Italia chiamiamo – con espressione meno felice – “istruzione”.

E’ stato insegnante ma, soprattutto, ha diretto scuole molto prestigiose. Mai sentito parlare di Eton? Ecco, Spurr di Eton è stato “House Master” e “Head of Classics” (se proprio vogliamo tradurlo si potrebbe dire “Direttore del dipartimento di filologia classica” della stessa scuola).

In seguito, ha diretto prima il Clifton College e poi la Westminster School, forse meno nota a noi italiani ma altrettanto selettiva; sicuramente tra le più blasonate ma anche accademicamente quotate independent schools del Regno Unito.

Insomma, Stephen Spurr (classe 1953, nella foto) è un’importante personalità del mondo dell’educazione inglese. Ha partecipato a numerosi dibattiti sulla riforma degli A levels, tanto che, alla Westminster School, con lui come headmaster, tali esami sono stati abbandonati e si è adottato il sistema Cambridge Pre-U (ne scrivo più sotto).

Negli ultimi anni, Spurr è entrato a far parte di  Inspired, del quale è Global Education Director. Di recente, l’International School di Milano, di Monza, di Modena e di Siena sono entrate a far parte del gruppo Inspired.

Ho avuto modo di porgli alcune domande ed ecco cosa mi ha risposto.

  1. Dr. Spurr buongiorno. La mission del mio sito, www.educazioneglobale.com, è principalmente quella di fornire consigli, risorse, ma anche un luogo di discussione e di confronto su come educare i futuri cittadini del mondo globale. A Lei – che ha diretto scuole estremamente selettive come la Westminster ed ha avuto un ruolo importante anche ad Eton – voglio chiedere, anzitutto, come si riconosce una buona scuola (internazionale o non)? Quali sono gli elementi ai quali dovrebbero prestare attenzione i genitori?

Una buona scuola è quella che ha insegnanti eccellenti. Nel 2007, McKinsey ha pubblicato un Rapporto sui migliori sistemi di istruzione del mondo. Da questo Rapporto è emerso che, per fare una scuola eccellente, servono insegnanti eccellenti. Sembra la scoperta dell’acqua calda, ma definire quali caratteristiche debba avere un insegnante eccellente è certamente più complesso. Il ruolo dei docenti è cambiato: oggi gli insegnanti devono aggiornare continuamente le loro conoscenze. Noi ad Inspired diamo molta importanza alla formazione continua degli insegnanti. Un insegnante eccellente deve essere aggiornato sugli ultimi sviluppi della sua materia ed, inoltre, deve sapere come insegnare, come mettere gli alunni al centro dei processi di apprendimento.

Il mondo cambia, i mestieri cambieranno: occorre essere flessibili e versatili, quindi imparare ad imparare è più importante di ogni altra cosa. Io dico spesso che dobbiamo insegnare ai giovani a “saper cosa fare quando non sanno cosa fare”.

Se posso dare un consiglio ai genitori: la misura del successo di una scuola – ormai – è a quali università dà accesso. Se la maggioranza degli studenti va nelle migliori università del mondo, la scuola è certamente buona, anzi, ottima. Bisogna prendere decisioni basandosi su questi dati e, se queste informazioni non ci sono, chiederle.

A Westminster School, nell’ultimo anno del mio mandato, su 180 studenti che sostenevano la maturità ben 97 sono entrati ad Oxbridge (Oxford e/o Cambridge). Vuole sapere degli altri? Ebbene, gli altri sono entrati in Università dell’Ivy League

  1. Noto che alcune scuole internazionali di lingua inglese in Italia finiscono per essere piuttosto delle “scuole in inglese”, rimanendo vittime di un provincialismo ahimè spesso tipico della cultura italiana. Il problema è che ciò rischia di ridurre la portata educativa dell’esperienza per i ragazzi e di vanificare l’investimento dei genitori. Ha già potuto notare altrove in passato questo fenomeno e ha qualche indicazione per opporvisi?

Gli italiani della mia generazione parlavano più francese che inglese. Ora l’inglese è una necessità e, con il suo successo, arrivano anche le storture del sistema. La gente pensa che dare ai figli un’educazione internazionale voglia dire solo scegliere una scuola che consenta di imparare l’inglese. Il fatto è che bisogna informarsi bene: in alcune scuole internazionali l’insegnamento in inglese non è al livello giusto, anche se può sembrarlo ad un non-madrelingua.

Vorrei però aggiungere una cosa. Le lingue globali ormai sono due: l’inglese (l’istruzione principale deve essere in inglese) e la matematica, ossia i linguaggi matematico – scientifici. In un mondo tecnologico e globalizzato la gente deve sapere come è fatto un computer e ci vuole una comprensione delle scienze per capire il mondo.

“Internazionalismo”, inoltre, vuol dire anche studiarsi gli standard accademici delle scuole di tutto il mondo ed importare le migliori prassi. Inspired, il gruppo di cui faccio parte, cerca di prendere le migliori prassi da tutti i sistemi educativi, anche perché ha scuole un po’ ovunque.

  1. Ora parliamo dei programmi della scuola superiore inglese: A-level, Cambridge Pre-U, e IB sono tre possibili programmi. Quali sono i pro e i contro di ognuno?

Come lei aveva detto, io ho fatto adottare in passato i Cambridge Pre-U in luogo degli A-levels alla Westminster school. Quando li ho adottati era perché, in quel momento, il syllabus (programma di studio) di ciascuna materia era più ampio e più profondo di quello degli A-levels e il sistema era dunque più stimolante per studenti e insegnanti bravi come quelli che avevo a Westminster.  Inoltre, Cambridge Pre-U consentiva di prepararsi per due anni e sostenere solo gli esami finali, dedicando più tempo ad una programmazione non exam-driven. Mentre per sostenere gli A-levels, in quell’epoca, veniva chiesto di sostenere degli esami intermedi, alla fine del primo anno, detti A-s levels. Avere una doppia batteria di esami significava essere vincolati nella programmazione, per cui per questo passammo ai Cambridge Pre-U.

Con Michael Gove all’istruzione furono attuate alcune riforme e cambiato il sistema degli A-levels. Questi sono tornati ad essere esami molto rigorosi e si è consentito il fatto di non sostenere gli A-s levels. Quindi ora gli A-levels sono ridiventati un “gold standard” dell’istruzione inglese…

  1. …un gold standard Brexit permettendo…Io mi aspetto che ora gli A-levels diventino meno seduttivi per gli europei non inglesi, proprio per via della Brexit…i genitori italiani preferiranno far fare l’IB ai propri figli…

Io sono un grande sostenitore dell’International Baccalaureate (IB). Finalmente anche le università hanno capito non solo il rigore dell’IB, ma anche le sue ricadute sulla formazione e la maturità dei ragazzi. Occorre essere molto disciplinati per studiare ed organizzarsi avendo esami in 6 materie di tipologia molto diversa (lingue, scienze, arte, matematica) e ciò garantisce che lo studente che ha sostenuto l’IB difficilmente è uno studente che lascia a metà il percorso universitario.

 

  1. Vengo ad una nota dolente e faccio una domanda scomoda: i suoi sono stati studenti brillantissimi ma di classi socioeconomiche elevate, cosa fare per ricercare i talenti a prescindere dalla classe economica? Sa che noi “europei continentali” crediamo molto in una istruzione pubblica e democratica, ossia accessibile a tutti.

Nell’ultimo anno a Westminster ho fondato una Academy, le Academy sono scuole pubbliche che hanno però uno sponsor privato. L’Academy si chiama Harris-Westminster Sixth Form Academy e gli standard di insegnamento sono uguali a quelli di Westminster. Questa Academy cerca di attrarre i migliori studenti di tutta Londra ma pone una condizione: il 70% degli studenti che vi accedono devono essere scelti tra coloro che vengono da famiglie economicamente molto svantaggiate. Quindi i modi di aiutare i ragazzi svantaggiati ci sono e io credo che sia giusto investirci.

 

  1. Un’altra domanda scomoda: come mai in un sistema tanto selettivo come quello inglese (grammar schools con test d’ammissione come il 10+ o 11+ per selezionare i migliori studenti già a dieci-undici anni), sono poi tollerate cose come l’ammissione a Eton di alunni “importanti” (penso ai due principi William e Harry), nonostante i loro risultati che si dicono in giro essere incompatibili con i processi d’ammissione? Come si conciliano meritocrazia e classismo?

Che William e Harry siano stati cattivi studenti è un mito da sfatare. Darò ai lettori di educazioneglobale un vero scoop: ho corretto io stesso i loro compiti di admission e non c’è stata nessuna forzatura: arrivavano preparati da buone scuole precedenti e in grado di sostenere l’esame di entrata a Eton. Poi William, che era bravo in storia dell’arte, è andato a St. Andrew’s in Scozia che era la migliore per storia dell’arte. Harry non ha fatto l’università. Posso dire che la loro ammissione ad Eton era assolutamente regolare mentre – sarò franco – io personalmente ho dovuto dire di no a molti altri figli di famiglie note e di celebrità.

 

  1.  Allora sono contenta di avere uno scoop!  Passiamo a una domanda che sta a cuore a me e anche a molti miei lettori che scelgono le scuole pubbliche italiane: lei cosa pensa della scuola italiana? La conosce? Che giudizio ne dà?

La scuola italiana è troppo tradizionale e ormai per molti versi superata. Nei licei italiani, per esempio, spesso si trovano ottimi insegnanti, veramente molto preparati, ma insegnano ancora come si faceva nel medioevo! Poiché, come dicevo, cerco di trarre spunti da sistemi di istruzione diversi, durante un sabbatico ho potuto assistere agli esami di maturità in alcuni licei classici italiani e a numerose lezioni. Ora le dico cosa ho osservato degli uni e degli altri.

Quanto agli esami, una volta ho esaminato una ragazza di un liceo italiano. Il tema era Catullo. Lei sapeva tutto della vita di Catullo, della metrica e della poesia di Catullo e lo sapeva tradurre bene. Le ho chiesto: “ma ti piace o no questa poesia e perché?” e lei, a questa domanda aperta, non sapeva che rispondere. Anni e anni di scuola e nessuno le aveva mai chiesto la sua opinione su nulla. Non c’è da meravigliarsi che tanti studenti siano sfiduciati e percepiscano la scuola come un’istituzione obsoleta.

Quanto alle lezioni cui ho assistito, erano molto buone, ben costruite e presentate e piene di nozioni. Io poi però interrogavo i ragazzi e si scopriva che non avevano appreso che molto poco di quello che i professori avevano detto, e non parlo solo di quelli che stavano all’ultima fila, ma anche degli studenti che erano più interessati, quelli dei primi banchi.

Da queste ed altre esperienze ho capito che in Italia l’insegnamento è molto organizzato per quanto riguarda i contenuti delle lezioni, ma non orientato a sviluppare il pensiero critico. In questo modo gli alunni non imparano ad applicare conoscenze e competenze a situazioni nuove. Imparano solo a ripetere, nel modo più aderente possibile, ciò che viene loro detto. Imparano, in altre parole, a “rigurgitare” la lezione, perché questo viene premiato nella scuola italiana.

Il nozionismo senza pensiero critico è molto pericoloso.

Sa, l’IB fu sviluppato negli anni ’60, ma risentiva degli anni ’50 e fu concepito in un clima di reazione alla seconda guerra mondiale e alla tragedia del nazismo. Il fatto di dare i voti massimi solo a quelli che ti “rigurgitano” le cose come le hai dette, senza mai mettere in discussione nulla, può dare luogo a delle storture e, nei casi estremi, può favorire le ideologie: il comunismo, il fascismo, il nazismo. Tu devi insegnare ai ragazzi alcune nozioni, ma anche a pensare con le loro teste, altrimenti obbediranno sempre agli ordini, anche quando l’ordine è quello di uccidere…

  1. Io la ringrazio per questa risposta perché il legame tra IB e pacifismo non l’avevo mai approfondito e, venendo da una famiglia profondamente antifascista (sono anche nipote di partigiani!), mi ha colpito molto. Cambiamo, però, totalmente tema. Secondo un luogo comune della cultura italiana, “il latino apre la mente”. Secondo lei è vero? E, se si, a quali esatte condizioni? Ha qualche informazione sulla qualità della nostra istruzione nelle discipline classiche a livello di scuola superiore?

Una cosa è certa: il latino non “aprirà” nessuna mente se viene studiato così! Se insegnato bene, tuttavia, il latino ti dà il senso della storia e della civiltà occidentale. Ti può aiutare, poi, se studi all’università materie che hanno a che fare con la linguistica, la letteratura, la filosofia, la storia e la giustizia.

Anche di fronte ad un mondo globale e a culture extraeuropee noi non dobbiamo dimenticare da dove veniamo, non dobbiamo lasciare indietro la civiltà occidentale.

 

  1. In generale, quale è il peso che dovrebbero avere le discipline umanistiche/classiche nel percorso di studi?

Oggi si parla molto di materie STEM (STEM è  l’acronimo di science, technology, engineering e mathematics). Io penso che dovremmo parlare di materie “STEAM”, dove la “A” sta per Arts, intendo liberal arts (dunque discipline umanistiche, diremmo in italiano). Non dobbiamo separare le due culture (scientifica e letteraria): l’una ha bisogno dell’altra e il mondo moderno ha bisogno di persone che sappiano muoversi su più campi.

 

  1. Se dovesse fare delle statistiche su tipologie ricorrenti di studenti quali sarebbero? Si possono in qualche modo classificare gli studenti in base alle loro attitudini o, anche, difetti? Lei ha mai fatto una sua tassonomia?  (l’intelligente ma svogliato, l’angular kid, il primo della classe, orgoglioso ma un po’ tronfio, etc). Di che scuola ha bisogno o di che insegnamento ha bisogno ciascuno di questi “tipi umani”?

Classificare gli studenti è superato. Un tempo si facevano classifiche, si inseriva ogni studente in una casella: si chiamava pidgeon-holing. Un tempo gli insegnanti facevano classi omogenee e mettevano tutti gli studenti di un certo tipo nella stessa classe. Oggi si cerca di fare classi disomogenee. Lavorando insieme si crea di più delle parti individuali. Categorizzare è un modo pigro di guardare agli alunni.

Un bravo insegnante capisce, anche conversando al di fuori della lezione, cosa può interessare ad un ragazzo, e lo stimola di conseguenza. Ogni interesse è nobile, ogni passione può trasferirsi anche ad altre cose. Educazione è dare ad ognuno la self-confidence per andare avanti e diventare se stesso.

  1. Nella sua esperienza le è capitato di conoscere talenti tardivi? Ragazzi che non erano studenti brillanti a scuola e sono diventati talenti brillanti all’università?

Ci sono quelli che si svegliano solo quando un insegnante trova la chiave per arrivare a loro, per dare loro fiducia (e self-confidence). Più che talenti tardivi hanno purtroppo trovato troppo tardi qualcuno che ha creduto in loro, che ha dato loro fiducia e restituito loro la naturale voglia di imparare dell’essere umano.

 

  1. Lei suggerisce, per il tempo libero, “riposo, revisione, riflessione”. In questa triade sono compresi o no i compiti a casa, e se sì in che misura?

Ah, i compiti! Tutti si lamentano. L’ultima lamentela l’ho sentita da un imprenditore della Silicon Valley che ho incontrato ad un Convegno a Dusseldurf e che mi chiedeva: “Ma perché le mie serate devono essere delle battaglie per far fare i compiti ai figli?”.

“Compito” è un termine odioso, tanto quanto il suo equivalente inglese “homework”.

Io penso che quello che bisogna dare ai ragazzi il pomeriggio va chiamato “prep.” che sta per preparation”, cioè il compito di preparare qualcosa per la lezione successiva, di portare qualcosa alla lezione successiva. Può essere il racconto di una esperienza o un ricerca da fare online. C’è sempre blended learning nelle mie scuole. Il prep. deve essere creativo e divertente, così, la volta successiva, la lezione non è solo del professore, parlano anche gli alunni e, come tutti sappiamo, chi è attivo e non passivo davanti al sapere impara di più.

 

  1. Domanda antipatica che le faranno tutti: che hanno fatto i suoi figli? Con il senno di poi, le scelte fatte si sono rivelate giuste o sbagliate?

I miei figli sono adulti, hanno, rispettivamente, 33 e 29 anni. Il maschio ha avuto inizialmente un sacco di problemi a scuola. Era (è) dislessico. Una volta una preside chiese ai ragazzi nella sua scuola cosa avessero fatto nel weekend e, poiché nessuno parlava, lui disse: “io sono stato al British Museum”. Lei lo interruppe, umiliandolo. Gli disse: “prima di parlare del British Museum è meglio che impari altre cose, visto che non ti sai neanche allacciare le scarpe”. Oggi mio figlio è direttore di una galleria d’arte a Londra. Ha dovuto faticare molto per conquistare le cose e questo lo ha reso una persona incredibilmente tenace ma anche fortemente empatica con chi è in difficoltà. Alla fine è tutta questione di fiducia e di autostima.

L’altra figlia, una femmina, era (ed è) tutto un altro tipo. E’ sempre stata la prima della classe, una che faceva tutto subito e bene. Ma ogni cosa ha un prezzo e il suo era l’ansia di fallire, che la divorava. Insomma, lei aveva bisogno di tutt’altro ma, alla fine, c’è un ingrediente di cui hanno bisogno tutti gli studenti, tutte le persone: la fiducia delle persone adulte che ti stanno intorno e l’autostima. Ora è marketing manager per YSL e l’Oréal a Londra.

Dr. Spurr, per questa volta ci fermiamo qui. E’ stato davvero un onore intervistarla e la  ringrazio ancora per avermi dedicato il suo tempo!

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Comments

  1. “Saper cosa fare quando non sanno cosa fare”… sorge spontaneo un confronto con la tiritera oggi in voga sulla “scuola delle conoscenze che non e’ la scuola delle competenze”… chissa’ il dr. Spurr che ne penserebbe.

  2. Utile questa intervista a Stephen Spurr, grazie Elisabetta.Suggerimenti e consigli da tenere presente!

    La sua affermazione sulla incapacità di esercitare il pensiero critico da parte degli studenti “allevati” nell’italica scuola medievale però mi ha fatto riflettere.
    Non che io difenda il nozionismo, sia chiaro, ma un po’ di memorizzazione delle nozioni di una disciplina è necessaria allo studio della materia stessa (te lo ricordi D.T.Willingham?).

    Concordo con Francesco: la “scuola delle competenze”, oggi così di tendenza, non mi convince del tutto. Credo che la verità, come sempre, stia nel mezzo.

    1. Ciao Barbara,
      Spurr rimarcava la mancanza di penssiero critico ma non affermava certo di buttare a mare le conoscenze… la questione è che le conoscenze le puoi presentare in vari modi.
      Ti faccio un esempio: guerre e battaglie sono, per molti studenti non appassionati di storia, una cosa noiosa da mandare giù. Ma cosa succederebbe se un professore, di tanto in tanto, facesse partire i ragazzi da un perché e rovesciasse la lezione?
      Faccio degli esesempi in libertà, ero e sono appassionata anche di storia, ma la memoria mi inganna, quindi magari dico stupidaggini, ma è tanto per fare esempi concreti.

      L’esercito napoleonico nella campagna di Russia subì una delle sue più clamorose sconfitte, ma cosa è che andò storto? Come sanno i lettori di Tolstoj, uno dei problemi dei soldati napoleonici fu il freddo dell’inverno russo (che fece anche sbriciolare i bottoni di stagno delle giacche dei soldati, esponendoli ancora più al gelo).

      L’Invincibile Armada di Filippo II si sfracella sugli scogli del mare del nord e perde contro Elisabetta I Tudor e i suoi corsari che avevano molte meno navi. Filippo II era abituato al mar mediterraneo, immagino, e non calcola che il mare del nord è diverso e le sue navi sono più pesanti e più lente di quelle inglesi.

      Due epoche distinte, mentalità, nazionalità, lingue diverse eppure, in due occasioni si produce un errore analogo: non si calcolano le caratteristiche del territorio nemico. Come se noi andassimo a combattere degli extraterrestri su un altro pianeta. Far trovare queste similitudini ai ragazzi stessi, che devono studiare a casa le battaglie e poi attraverso una serie di domande arrivano alle risposte…sai che differenza?

      Una classe potrebbe essere divisa da un professore in gruppi. Ognuno si studia una guerra o una battaglia, anche saltando da un’epoca all’altra. Ognuno ne racconta i tratti fondamentali agli altri. Il professore fa domande volte a consentire la comparazione.
      Cosa sbaglia Napoleone che Alessandro Magno non sbaglia?
      Cosa distingue le crociate cristiane dal terrorismo islamico?
      Perchè dopo il nazismo si è detto che mai più dovevano verificarsi fatti analoghi e poi abbiamo avuto gli Hutu e i Tutsi, il massacro degli Armeni, le pulizie etniche dell’ex Jugoslavia e tanti altri fatti terribili?
      Quale è l’antidoto al male? L’odio per l’altro nasce dall’ignoranza, dalla povertà o dalla violenza? (O da tutti e tre?).
      Perchè passiamo anni a studiare il complemento di causa efficiente e non queste cose? E perchè non lasciamo un po’ stare alcuni dettagli della storia antica e moderna e facciamo meglio quella contemporanea, trattando quella antica per affondi? Come possono gli errori di ieri aiutarci a non commetterne oggi e domani?

      Insomma, c’è modo e modo di studiare le nozioni. C’è il metodo a pappagallo (e ti assicuro che su questo metodo sono preparatissima, ci sono esami universitari come Procedura Penale che studiai così, andavo benissimo e dimenticavo tutto poco dopo) e c’è un metodo più “concettuale”, per così dire. Ma serve avere insegnanti che abbiano passione e che siano veri maieuti. Ce ne sono pochi e quei pochi li paghiamo e trattiamo male, purtroppo.

      1. L’esempio che fai è molto interessante e lo condivido pienamente ma “purtroppo” ci sono materie in cui l’esercizio ripetitivo e in qualche modo noioso è parte fondamentale dell’apprendimento. Parlo in particolare della mia materia, la matematica: tolto qualche collega da premio nobel tutti i matematici che conosco hanno passato ore e ore a fare esercizi su esercizi. E’ un fatto quasi sportivo, l’allenamento è parte integrante dell’apprendimento.
        A forza di fare impari il riflesso giusto, la tecnica giusta per ciascuno dei problemi che devi affrontare. E questo lo possono fare tutti anche quelli che dicono di non capire la matematica 😉

        Quello che manca, secondo me, in un insegnamento troppo “dialogante” è quello che la professoressa di francese dei miei figli in prima media descriveva cosi’ : “Je veux leurs apprendre le plaisir de l’effort intellectuel”, letteralmente è : “voglio insegnargli il piacere della fatica intellettuale” , e giu esercizi su esercizi di grammatica da un giorno all’altro…
        Non ho nostalgia di quei pomeriggi ma se chiedo oggi ai ragazzi chi gli ha insegnato di piu’ mi dicono sempre Madame Cohen.

        E’ chiaro che dico una banalità ma ci vorrebbe sempre la “sana via di mezzo”, e comunque torniamo al punto di partenza: la differenza la fa la qualità dei professori.

        1. Ariela, ma certo! Ma è chiaro che l’esercizio serve. La professoressa delle medie di matematica della mia maggiore aveva l’abitudine di tappezzare una parete della classe di quiz matematici, statistici e probabilistici di varia difficoltà e sfidava i ragazzi, a loro scelta e con i loro tempi, a risolverli. Poi, certo, c’era anche il momento della gragnuola di espressioni assegnate per casa.
          Ma anche con la matematica, come con tutte le discpline quantitative, ti puoi inventare metodi per invogliare alla riflessione, quando non allo studio.
          Dipende dai professori, ma penso che il discorso sia che in Italia anche quelli bravi non sono aiutati da un sistema che è poco incentivante e che appiattisce tutti i docenti sulla tutela dei loro diritti acquisiti e sul livello medio, ecco.

          1. Mettiamola cosi’. Un buon pugile passa ore a saltare la corda e a menar pugni al sacco. Se pero’ non lo fai mai salire sul ring e misurarsi contro un avversario, non fai pugilato.
            Lo stesso per la matematica: pagine e pagine di espressioni, calcolo e sistemi fatti senza la minima idea di cosa possono servire sono, senza mezzi termini, una perdita di tempo.
            Esempio paradigmatico: i logaritmi, che si riducono ad uno sterile incolonnamento di cifre decimali. Provate invece a spiegare a cosa storicamente sono serviti, e tutto cambia dal giorno alla notte. Vi propongo un test per i docenti di matematica che conoscete: chiedete loro chi erano, storicamente, Napier e Briggs, ovvero quando sono vissuti e in quale paese: la spiegazione deve partire da li’…:-)

  3. Punti di vista molto interessanti, ovviamente competenti e diversi dal nostro solito “orticello”. Sarebbe anche interessante avere il suo punto di vista su come migliorare scuole e insegnanti che oggi non sono di eccellenza: penso alle tante scuole pubbliche (ma anche private) con difficoltà di ogni genere, da quelle economiche, alle strutture, ai ragazzi demotivati da anni mediocri fino a insegnanti in difficoltà con genitori esigenti con tutti tranne che con i propri figli. Mr. Spurr, servirebbe che venisse come consulente del ministro, anche se sono sicuro che nessuna motivazione sarebbe sufficiente!

    1. Se si raffronta la spesa per l’istruzione, che pesa per un 7% sul bilancio statale, con altre voci di spesa pubblica, ad esempio le pensioni, che pesano per un 23%, si capisce che -semplicemente- in Italia l’istruzione non e’ una priorita’.
      A questo tipo di politica danno una mano le famiglie le quali, mediamente, se devono scegliere fra la macchina nuova e l’istruzione, scelgono il SUV. E non lo dico io, lo ha detto un ministro dell’istruzione un paio di anni fa, e da allora le cose non sono cambiate.
      Il problema nasce da qui, e’ inutile girarci attorno.

    2. “Sarebbe anche interessante avere il suo punto di vista su come migliorare scuole e insegnanti che oggi non sono di eccellenza”… non escludo di fare una seconda intervista in futuro e ripartire da qui

  4. Grazie, veramente una bella intervista, molto interessante. Sono d’accordo: la scuola fondamentalmente la fanno i professori anche perché credo che nella vita quello che ti fa veramente scegliere sono le persone che incontri. Mi piacerebbe sapere cosa pensa del sistema francese, sai se posso trovare la sua opinione da qualche parte?

  5. Grazie Elisabetta per questo interessantissimo post! Concordo molto sul fatto che la qualità degli insegnanti sia cruciale. Devono unire la competenza alla capacità di trasmettere la passione per la materia. E avere la curiosità di aggiornarsi ogni giorno..
    Per il resto, la scuola pubblica è, di norma, lontana. Siamo indietro, si va avanti solo grazie ad alcuni professori illuminati (che esistono, ma non sono molti). Le alternative IB a Roma sono per ricchi veri. Siamo al solito discorso. E ripeto, non credo che ci siano grossi problemi per i bambini davvero dotati:quelli vanno comunque avanti. Ma esiste poi la grande massa dei bambini “normali”.

    1. Esatto. E poichè il concetto di “normale” è una concetto statistico, per definizione la maggior parte dei bambini e dei ragazzi non sono nè tra le punte nè tra le code.
      Comunque noi romani siamo sfigati, perchè in certi posti del nord italia l’IB costa parecchio meno che a Roma.
      Ho guardato le rette della scuola superiore IB del St. Stephen’s di Roma, all’Aventino.
      Sai quanto costa l’anno? 24.500 euro solo rette didattiche e mensa! Aggiungi poi, magari, il pulmino e le tasse per gli esami e moltiplica per i 4 anni di scuola superiore…. 100.000 euro per il liceo! E meno male che sono solo 4 anni.
      La H international school nel Veneto costa meno di 10.000 l’anno. Non son bruscolini, ma è poco più di quello che costa ora a Roma la scuola dell’infanzia al Marymount bilingue e, per chi ha un solo figlio, è già più umano! (Non per me che ne ho tre).
      Per avere un termine di paragone con la scuola pubblica, considera che, a conti fatti, tra contributi per esami IGCSE, erogazione liberale (ex contributo volontario), stage all’estero di preparazione dell’IGCSE di Geography e libri italiani e inglesi il Liceo pubblico ma con programma internazionale della mia maggiore un 2.000 euro sarà costato quest’anno.

  6. Noi al Convitto paghiamo 2000 euro l’anno circa. Abbiamo la fortuna di avere una maestra eccezionale ed un educatore altrettanto bravo che non solo stanno fornendo delle ottime basi ai bambini (e mi riferisco a tutti non solo ai più dotati) ma anche metodo, disciplina, educazione e valori. Purtroppo con l’ inglese andiamo male….che fatica potenziarlo nel poco tempo rimasto! Ma mi rendo conto di quanto nonostante ciò mia figlia sia stata fortunata, considerando il panorama generale dell’ offerta pubblica.

    1. Hi catherine, no, non esiste una versione inglese al momento perchè Spurr conosce l’italiano e ha insistito per parlare italiano! Sullo stile delle sue risposte ho necessariamente fatto editing per ‘tradurre’ quello che mi diceva da un italiano di un non madrelingua a un italiano più corrente.
      Ho intenzione, appena ho un po’ di tempo, di tradurla anche in inglese ed inserirla nella sezione inglese del sito, quindi stay tuned!

      1. Un suggerimento: il Nostro accetterebbe di tradurre lui stesso il suo pensiero? vi sono precedenti illustri, uno per tutti Samuel Beckett, che era di madrelingua inglese, scrisse in francese, sua seconda lingua, tutte le sue opere, ma le tradusse personalmente in inglese.

  7. E’ tristemente vero. Non ricordo un singolo insegnante che mi abbia stimolato il ragionamento critico. Ho quasi 40 anni. Provo sempre invidia quando qualcuno menziona qualche fantastico professore che gli ha innescato l’amore per questa o quella materia perché a me non è mai capitato, anzi, quasi riuscirono a smorzare l’interesse per quelle per cui avevo passione. Un’insegnante d’inglese una volta non mi mise il massimo dei voti, ma solo la sufficienza su un tema d’inglese perché disse che era di un livello troppo avanzato per essere mio. Che ne poteva sapere che io lo studiavo da sola da tempo? D’altronde nessuno si prendeva mai la briga di capire chi era l’alunno che aveva davanti. Esisteva solo la lezione a cantilena e i compiti. Se parlavano d’altro, parlavano di sé stessi.
    E che dire della matematica, mia tribolazione perenne? La mia insegnante era una terrorista, invece quando presi ripetizioni da un uomo simpaticissimo, questo riuscì a farmi capire tutto e con mia meraviglia risolvevo ogni cosa. Ecco in effetti sì, lui (esterno alla scuola) è stato un mito per me, mi ha fatto intuire la bellezza della matematica e ancora più insospettato, il mio potenziale per la matematica.

  8. Sono tutti spunti interessanti, molti dei quali assolutamente condivisibili da parte mia (docente affamata di continuo aggiornamento). Ma nel suo articolo-intervista c’è un po’ scritto “pò” con accento invece che apostrofo. So bene che l’internazionalizzazione è molto formativa e trendy, ma l’ortografia italiana, a mio parere, ha comunque una sua importanza. Mi chiami pure tradizionalista..
    Con simpatia, giuliana.

      1. Ahahah brava.. la mia ovviamente era una provocazione, ed ha risposto con eleganza.
        Lo scopo era solo quello di rimarcare il rischio che si ecceda in un estremo (internazionalizziamoci ma dimentichiamo le basi tradizionali come l’ortografia) o in un altro (ancoriamoci al nozionismo superato). La scuola deve essere elastica e contenere ogni stimolo, vecchio e nuovo, in equilibrio.
        D’altra parte ricordo sempre che il grande innovatore anche pedagogico Munari (io insegno arte) affermava che è necessario insegnare la gestione tradizionale coi “vecchi” strumenti, per permettere ai ragazzi di maneggiarli per creare cose nuove.
        Grazie ancora della risposta: la seguirò.
        Saluti cordiali.

  9. Approfitto del post di Giuliana per evidenziare un altro punto estremamente dolente nella scuola italiana: l’educazione artistica e in particolare l’insegnamento della storia dell’arte. Siamo nel paese con la maggiore concentrazione di opere d’arte del mondo e magari non sappiamo distinguere una chiesta romanica da una rinascimentale o un quadro del Mantegna da uno del Caravaggio. Insomma c’è molto da fare per affinare la nostra sensibilità verso il bello (e il sublime direi). Questo tipo di cultura (come un minimo di conoscenza dell’Opera) fa veramente parte delle nostre radici culturali. Dobbiamo imparare ad esserne orgogliosi (anche per pretendere che venga preservata). Del resto, come accompagnare i nostri figli al museo se non sappiamo spiegargli qualcosa dei quadri o delle sculture che andiamo a vedere? Almeno due o tre cose sugli stili e che cosa rappresentano del clima socio-culturale dell’epoca…Io mi sento sempre molto ignorante, in questo. Ma mi ostino a voler andare con mia figlia alla Biennale di Venezia, pur non sapendo nulla di arte contemporanea (a scuola non l’ho mai studiata!).

    1. Per Lavinia, e per tutti quelli che transitano per Venezia; io abito li’, se volete che andiamo alla Biennale con i nostri rispettivi pupi, fatevi sotto. Garantisco un post mostra con ombre, spritz e cicchetti, di vera tradizione veneziana!

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