consigli e risorse per essere cosmopoliti

A Vancouver e Seattle: appunti di un viaggio di famiglia

Due estati fa siamo stati in Canada, nella British Columbia (meta principale, ovviamente, Vancouver) e, in formazione più ridotta, abbiamo passato il confine con gli Stati Uniti e visitato anche Seattle e dintorni. Due famiglie per un totale di nove persone (quattro adulti, tre adolescenti e 2 bambini, di cui uno piccolo). Itinerario del nostro viaggio con bambini: Vancouver, Galiano Island, Victoria (su Vancouver Island) e poi, la nostra famiglia da sola, ha proseguito per gli Stati Uniti (Everett e Seattle).

Pertanto, dopo i consigli sulle cose inusuali da fare a Londra, i viaggi con bambini ad Amsterdam, i summer camp di New York, la descrizione di come si vive con bambini in Olanda o, ancora, a Londra e Philadelphia, eccoci arrivati nella costa ovest di Canada e Stati Uniti.

Questi che vi presento sono, senza alcuna pretesa di esaustività (per la quale fareste meglio a procurarvi una guida) i miei erratici e forse lacunosi appunti di viaggio.

Partendo da Roma, noi abbiamo preso un volo dell’Air Transat, un diretto Roma-Vancouver che si è rivelato non male, salvo il fatto che abbiamo dovuto organizzarci per portare a bordo i pasti per la figlia celiaca (la compagnia non serviva pasti senza glutine). I nostri amici canadesi erano più fortunati e si muovevano da Toronto, la città in cui vivono, facendo un coast to coast canadese.

La prima cosa che mi ha colpito all’arrivo è stato l’aeroporto di Vancouver, considerato, non a torto, uno dei più belli del nord America. Ci ha accolto con efficienza e rapidità nello sbarco con le sue ampie strutture, eleganti e luminose e con una grande riproduzione di un totem. Da quel momento e sino al passaggio verso gli Stati Uniti, abbiamo sentito parlare di First Nation:  “First Nation people”, “First Nation art”, “First Nation culture” e via dicendo.

“First Nation” è infatti il modo in cui i canadesi parlano dei nativi, ossia degli indiani pellerossa del nord ovest canadese, di origine Inuit o Métis. Quelle che negli USA si chiamano magari Indian Reservations  (riserve indiane), nel Canada politicamente corretto prendono il nome di “First Nation heritage places”.

Ovunque uno vada nella British Columbia c’è un tributo ai nativi americani, un totem, una pittura su legno, una stilizzazione di una capanna indiana che te lo ricorda. Di primo acchitto, agli occhi di un europeo, pare che si tratti solo della glorificazione dell’unico passato di questa parte del Canada. Con il passare del tempo, e a furia di vedere totem e riproduzioni di totem, il turista si rende conto che il riferimento continuo alla “First Nation art” è forse anche una misura del senso di colpa tardivo dei conquistatori bianchi. Oggi, tuttavia, la civiltà canadese integra nei diritti ma conserva le diversità di lingua, religione e cultura (mentre i cugini statunitensi fagocitano e assimilano tutto nel melting pot). Come raccontava un’amica, se due bambini canadesi si incontrano per la prima volta, la prima cosa che uno chiede all’altro è: “e tu che lingua parli a casa?”.  Come vedremo, non solo il Canada è un paese con due lingue ufficiali, ma il tema della diversità linguistica è piuttosto ricorrente e si declina in modo diverso da una costa canadese all’altra.

L’arrivo dentro la città di Vancouver è spettacolare, come sono straordinarie tutte le città che hanno il mare di fronte e la montagna immediatamente alle spalle. Eccetto che qui siamo ad una latitudine tutta diversa da Napoli, in una grande e moderna città nordamericana. La vista dal balcone della stanza d’albergo abbracciava quindi l’oceano, i grattacieli e la montagna: non male.

Quando ci si muove con bambini, i viaggi assumono una particolare e singolare curvatura, per la quale andare allo zoo o visitare un museo sono attività di “peso” equivalente. Detto altrimenti, quando si viaggia in famiglia bisogna fare qualche compromesso. I primi giorni, dunque, sono stati equamente divisi tra diverse amenità conciliabili con bambini e ragazzi.

Abbiamo cominciato da quello che a Vancouver è un classico cittadino, lo Stanley Park. Istituito dal consiglio comunale, risale al 1886. Si tratta di un parco vasto e poco distante dal centro, per cui molto ben collegato. Un tempo vi abitavano gli indigeni Musqueam e Squamish, oggi ci sono spiagge, sentieri e boschi di abeti e cedri. Ci sono poi splendide vedute sulla baia (English Bay) e delle montagne sulla costa. Si possono noleggiare bici e percorrere il perimetro costiero. Noi siamo stati alla Kitsilano beach. Farsi il bagno è escluso: la piscina comunale era strapiena e l’oceano freddo dentro e fuori. Però almeno hai il gusto di correre su una spiaggia lunghissima, con i piedi nell’acqua e alle tue spalle un prato, gli alberi, la gente che fa il barbecue e i grattacieli a vista (ma non troppo vicini). Più che altri interessante per vedere uno dei mille modi che esistono di “stare al mare”.

Nel parco c’è da vedere assolutamente il Vancouver Aquarium. Più piccolo di quello di Genova ma molto bello e poi non avevo mai visto una “beluga whale” (la balena bianca).

Il giorno dopo, i più avventurosi hanno deciso di recarsi sulla montagna alle spalle della città, la Grouse Mountain, per fare ziplining. Ma cos’è una zip-line? Esiste anche in Italia ed è un volo in un contesto mozzafiato, agganciati ad un cavo tra due picchi montuosi. Il brivido, per chi cerca le emozioni forti, è assicurato. Io sono stata ben contenta di evitare anche solo il brivido di vedere le figlie adolescenti lanciarsi nel vuoto e ho preferito il rassicurante Museo di Antropologia di Vancouver. Il museo si trova nel quartiere universitario, parecchio fuori mano e difficilmente raggiungibile con i mezzi pubblici. Architettonicamente stupendo all’esterno, all’interno è più o meno come stare in un villaggio pellerossa, tra totem e oggetti della vita quotidiana della popolazione originaria delle coste pacifiche del Canada.

Dimenticavo di dire che Vancouver è anche un polo finanziario importante e un città piena di locali con musica dal vivo, specialmente jazz. C’è molto altro da vedere, dall’Harbour Centre Building, una torre panoramica che offre una vista completa della città e dei dintorni, al complesso architettonico dal Canada Place, un molo con una imponente struttura di vele bianche e il quartiere in stile neovittoriano Gastown.

Noi siamo poi partiti per Galiano un’isola piccola e singolare, dove vi sono, sperdute nella natura, quelle che vengono chiamate gallerie d’arte e che, in realtà, sono qualcosa che sta a metà tra un’abitazione privata e una bottega artigiana, dove gli artisti locali, un po’ neohippy e un po’ radical chic, espongono e vendono oggetti d’arredamento e gioielli, ricavati dalla pietra, dal legno e da altri materiali.

Dopo l’esperienza un po’ selvaggia di Galiano, dove bambini e ragazzi si sono finalmente fatti il bagno,  Victoria, la capitale della British Columbia, ci ha accolto invece in grande stile.

Immaginate una cittadina di mare pulita ed ordinata come certi bellissimi posti della costa ligure, aggiungetevi un tocco di britishness, una forte connotazione canadese (ordine, efficienza, rispetto degli altri), una brezza fresca, decisamente oceanica, sole splendente e tantissimi fiori (come in una valle montana italiana): se siete riusciti nell’impresa potete immaginare Victoria.

Agli anziani miliardari consiglierei mille volte Victoria al posto della Florida. Al turista, Victoria dopo due o tre giorni sta un po’ stretta ma il primo impatto è strepitoso.

Come accennavo, la città presenta molti punti di incontro con lo stile britannico. Oltre agli edifici di epoca coloniale, non mancano gli autobus rossi a due piani tipici della Gran Bretagna, le cassette postali rosse, lo “high tea” servito negli alberghi di lusso.

 

Essendo la città dai fiori, una delle prime tappe sono i Butchart Gardens. Orto botanico immenso, con ogni tipo di giardino, fiore alberazione, microclima (guardate il sito per capire quanto è bello questo posto, neanche a Singapore sono rimasta così incantata).

 

D’altronde uno dei punti di forza di Victoria è il clima, che consente di poter coltivare senza problemi diverse specie di fiori, piante e ortaggi in quasi tutte le stagioni dell’anno, da cui l’estrema abbondanza di colori e…sapori. Non per nulla Victoria è considerata la “City of Gardens”.

Una delle cose più famose del luogo è l’avvistamento delle balene, ma per me il Whale Watching è stato deludente. Per arrivare alle balene il tragitto è abbastanza lungo, tanto che noi abbiamo impiegato più di due ore; in più noi siamo stati sfortunati: solo una coda in gran lontananza (e avevo sottostimato il mal di mare…).

 

Tra le altre delusioni il Museo marittimo, angusto ed antico nell’organizzazione, ed invece la vera rivelazione almeno per me è stato il Museo della storia della British Columbia che si chiama The Royal BC Museum.

Il Royal BC Museum comprende tre gallerie permanenti: storia naturale, storia moderna e storia locale dei “First Nation”. Tra fossili, riproduzioni di città in epoche vittoriane, alla fine la parte più originale è quella sui First Nation, ma qui non sono tanto le esposizioni di totem, abiti o maschere che possono colpire un visitatore europeo, quanto l’esposizione sui linguaggi nativi dei First Nations, esposto mediante stazioni interattive (come quelle del Museo delle Lingue di Parigi).

Interessante perché la Columbia Britannica era una delle regioni linguisticamente più varie del pianeta (forse quasi quanto la Papua Nuova Guinea). Impossibile stimare il numero di lingue perse con l’arrivo dei coloni ma, per quanto possibile, alcune di esse (34 in tutto), anche se oggi estinte, sono state in qualche modo “salvate” per i posteri attraverso registrazioni audio e video fatte agli ultimi parlanti. E ascoltarle, in uno dei vari stand interattivi, è impressionante, per l’assoluta varietà fonetica tra una lingua e l’altra.

 

Per chiudere devo aggiungere che nella British Columbia è che si mangia benissimo, ovviamente soprattutto pesce ma anche, come in tutto il continente nordamericano, anche carne. Abbiamo trovato ristoranti di ottimo livello sia a Vancouver che a Victoria.

 

Dal Canada siamo così passati agli Stati Uniti, stato di Washington, prima tappa Everett, un luogo che sarebbe ameno e sconosciuto ma che in realtà è un luogo di culto per gli appassionati di aviazione, visto che è la sede della fabbrica della Boeing.  La visita guidata alla fabbrica Boeing avviene tra gli hangar dove vengono realizzati i 747, 777 e 787 e al Future of Flight Aviation Center.

Abbiamo poi proseguito per Seattle. Ben alloggiati in un albergo con vista sullo Space Needle, il simbolo della città costruito in occasione dell’Expo del 1962, abbiamo visitato un bel museo della scienza, il Pacific Science Center.

É vero che ormai i musei della scienza si somigliano un po’ tutti e hanno gli stessi film in 3D nei relativi planetari, ma questo sta al livello dell’Experimentarium di Copenaghen ed è forse superiore a certi musei di Washington e New York. Anche la costruzione è futuribile e ti accoglie con padiglioni bianchi e fontane.

Ha una collezione di farfalle (vive) di centinaia di specie dell’America centrale e Sudamerica nella Tropical Butterfly House, una bella sezione divertente per bambini tra i 6 e i 12 anni sulla salute (Wellbody Academy:  alimentazione, sport etc) e sulla biologia umana  (divertente anche per i piccolissimi l’istallazione sulla potenza dello starnuto…lo Sneeze Wall), il test sulle tecniche per lavarsi le mani in modo veramente efficace.

Ho perso il Laser Dome, dove si poteva fare musica, ma per sperimentare le proprie doti musicali ancora meglio è il Museum of Pop Culture, l’unico dove Star Wars o i personaggi della Marvel sono oggetti di culto come un quadro di Van Gogh o una statua di Canova. Inutile storcere il naso, del resto: noi europei, che abbiamo alle spalle un lungo e ricco passato, ogni tanto dobbiamo fare un tuffo almeno nel presente. All’interno del museo non poteva mancare una sezione dedicata a Jimi Hendrix, uno dei cittadini più celebri di Vancouver.

Ma le cose che ci colpiscono, nei viaggi, sono sempre quelle un tantino inaspettate. Seattle è la città di Bill Gates, il fondatore di Microsoft e ora attivo filantropo attraverso la Bill e Melinda Gates Foundation.  Poiché la sua attività in questo senso tocca anche il tema dell’Education e della qualità dell’istruzione a prescindere dal reddito, la cosa mi interessava.

Non immaginavo, però, che la sua Fondazione avesse anche un bel Visitor Center, con attività e visite guidate, conferenze ed eventi di fund raising.

Chi ritiene che quella del Bill Gates filantropo sia solo ipocrisia forse non conosce la cultura americana. C’è un valore che prende il nome di “giving back“, restituire alla società quanto si è avuto. Anche se uno se lo è sudato, perché non è da tutti mettere da parte una fortuna. Nella cultura anglo-sassone, ma in specie in quella americana, la cultura della filantropia è diffusa. I maligni dicono che si tratta solo del fatto che le donazioni avvantaggiano i donatori con sgravi fiscali; in realtà le dimensioni del fenomeno sono tali da far comprendere che di tratta di tutt’altro.

I casi più eclatanti sono proprio quelli di Warren Buffet e di Bill e Melinda Gates che hanno tolto il grosso delle loro ricchezze ai figli per donarle alla beneficenza. Non una beneficenza però casuale, mossa sull’onda dell’emozione per questo o quel problema, ma, almeno nel caso di Bill e Melinda Gates, di una serie di interventi ponderati e coordinati, su temi prestabiliti e con controlli a posteriori. Insomma, una beneficenza data-driven.

É questa l’azione della Bill e Melinda Gates Foundation. Per chi ricorda ancora Bill Gates come il ragazzo nerd con gli occhiali, oppure per chi lo vede come il despota monopolista che ha saturato il mercato di software Microsoft, forse il Gates che ha rinunciato a molte delle sue ricchezze per vaccinare i bambini del terzo mondo (contribuendo alla quasi scomparsa della polio nel continente africano), per migliorare i sistemi di istruzione, diffondere anticoncezionali laddove non ve ne sono…forse quest’altro Gates suona nuovo.

Oltre alla sfida «Reinvent the toilet challenge», con cui la Fondazione ha invitato ingegneri e scienziati a realizzare water che funzionino senza acqua corrente, elettricità o sistema settico, con un costo massimo di 5 centesimi di dollaro e senza inquinanti (si, si puo’!), il personale del vistor center ci ha descritto i modi in cui sono stati diffusi i vaccini in molti stati africani e la conseguente riduzione della mortalità infantile.

Ampio spazio anche alle iniziative in tema di istruzione, sia nei paesi in via di sviluppo che negli stessi Stati Uniti, per combattere la povertà e la conseguente scarsa literacy che danneggia, nel tempo, i bambini delle classi meno abbienti, che finiscono per abbandonare gli studi e avere, di conseguenza, scarse possibilità lavorative, alimentando una spirale di povertà.

Ai visitatori che arrivano, la Fondazione chiede di lasciare i propri suggerimenti per “fare la differenza”, ossia cambiare il mondo in meglio (Make a difference è uno dei motti della Fondazione).  Così anche io, mediante gli schermi interattivi, ho lasciato i suggerimenti di Educazione Globale sull’istruzione. Chissà che qualcuno, un giorno, non li legga…

 

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