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Le vacanze scolastiche estive? Sono troppo lunghe

Negli Stati Uniti se ne discute da anni, usando la locuzione “summer brain drain”, letteralmente svuotamento estivo del cervello; l’Economist ne ha scritto estensivamente più volte, da ultimo nel mese di Agosto (Why school summer holidays are too long). In paesi come l’Olanda ci sono scuole private che offrono programmi di 365 giorni di scuola (“di scuola” e non “di lezione”: d’estate puoi fare matematica oppure violino, arte o teatro), persino in Francia si ammette che l’abitudine alle lunghe vacanze scolastiche estive non è stata tanto indotta dal clima o dalle esigenze (ormai superate) del lavoro agricolo “famigliare” (quando le famiglie avevano bisogno dell’aiuto dei loro figli nei campi durante l’estate) ma, piuttosto, una sorta di vantaggio sociale conferito agli insegnanti in cambio di un mancato aumento dei loro salari. Invece di pagarli meglio, gli è stato concesso più tempo libero, come si fa nelle aziende in crisi.

La ricerca sembra confermare la perdita di conoscenze e competenze durante l’estate. Uno studio di Baltimora ha rilevato che le variazioni della perdita estiva potrebbero rappresentare due terzi del divario di successi tra i bambini ricchi e quelli poveri dall’età di 14-15 anni, tanto che negli USA esiste una National Summer Learning Association ha l’obiettivo di arginare la perdita di contenuti appresi che colpisce i bambini durante le vacanze, e intende fermarla espandendo e migliorando i programmi di formazione estiva, rendendoli accessibili ai bambini di famiglie a basso reddito. Si, perché il problema riguarda proprio loro, come ricordano le analisi della John Hopkins University School of Education di Baltimora (un posto dove le famiglie in difficoltà non mancano…).

Negli Stati Uniti sono state sperimentate le year round schools, scuole che adottano un calendario diverso, con più vacanze sparse durante l’anno e una pausa estiva più contenuta. Le ricerche sugli esiti di questo esperimento sono misti: alcuni dimostrano una minore “perdita” degli apprendimenti e altri no; in ogni caso è un esperimento interessante, che però non allunga l’anno scolastico ma lo rimodula soltanto. Non vorrei neanche che sembrasse un dibattito o un problema solo americano. Provate a fare una ricerca scrivendo “are summer school holidays too long?” e usciranno fuori articoli della stampa britannica e provenienti da molti altri paesi. Provate a ripetere la ricerca in altre lingue e il risultato non sarà da meno.

Ma quanto durano le vacanze estive nel mondo? Le vacanze scolastiche estive hanno durate diverse in paesi diversi. Questo dipende da ragioni storiche, che risentono anche della durata della giornata scolastica, del clima e dell’edilizia scolastica.

C’è chi di settimane ne ha 6 e chi ne ha 13, dunque la differenza è notevole. Solo la Corea del Sud batte tutti, con le sue tre settimane di vacanze estive, ma è un modello da non imitare: paese con ottimi risultati nelle rilevazioni PISA ma al prezzo di un altissimo tasso di competizione accademica, molta infelicità e un alto numero di suicidi tra i teen ager. Tuttavia, tra le tre settimane coreane e i nostri tre mesi ci deve essere un giusto mezzo…o no? Eppure, quando tocchi l’argomento in Italia, la giustificazione è, nove volte su dieci, climatica: fa troppo caldo per stare in classe. Io ho l’impressione che sia una ragione solo parzialmente vera se, anche negli anni in cui si poteva investire, nulla è stato fatto per costruire scuole più moderne, con aule climatizzate, spazi all’aperto e servizi sportivi. Perché non è detto che “stare a scuola” debba per forza significare ascoltare seduti ad un banco ascoltando una lezione frontale.

I programmi che uniscono l’utile al dilettevole (l’education e il divertimento) abbondano e di tante iniziative tra centri estivi in città, campi residenziali in Italia e all’estero ho scritto più di una volta. Ma queste iniziative sono spesso offerte sul mercato da privati e i relativi costi ricadono sulle famiglie: per tante persone sostenerne i costi non è possibile. Le vacanze lunghe mettono decisamente a dura prova i budget delle famiglie povere.

Insomma, laddove finisce il servizio pubblico si apre il mercato, il che non è un male ma crea disparità economiche e sociali, che, a lungo andare,   diventano culturali.

Certo che, nella città in cui vivo, le mamme che non lavorano abbondano. Ce ne sono di tutte le classi sociali, da quelle che il lavoro non lo trovano o lo hanno perso a quelle che si possono permettere di non lavorare, tornando la sera prima dell’inizio della scuola con lo sguardo sgranato e la pelle arrostita (…e poi dirti pure che le atterrisce “ri-iniziare il solito tran-tran”).

Ma per tante persone è diverso: l’estate è una delizia e una croce e, spesso, una preoccupazione. Nei grandi trade-off della vita sembra che chi ha i soldi non abbia il tempo (di occuparsi direttamente dei figli per tre mesi filati) e chi ha il tempo non abbia i soldi (per offrire loro esperienze stimolanti). Poi c’è la triste situazione di chi non ha né tempo né soldi (perché lavora tanto ma a condizioni economiche minime), e per i figli di quelle famiglie la situazione è più grama, specie se non ci si può affidare alla solita italica soluzione: il welfare famigliare.

Inoltre, anche per chi può permettersi di investire in corsi di lingua o centro estivi residenziali, c’è sempre il problema della discrasia tra le vacanze degli adulti e quelle dei bambini. E poi non nascondiamoci che, se un po’ di sana noia, magari all’aria aperta, fa bene anche ai nostri figli, se uno rientra a casa dal lavoro in piena estate e trova i figli innervositi e sudati tra telefonini e televisione, qualche domanda sulla durata delle vacanze scolastiche se la fa pure…

L’estate sarebbe invece un buon momento per apprendere cose nuove (in maniera più giocosa) e magari recuperare eventuali lacune: lo sanno bene i genitori di tanti studenti rimandati a settembre, che dopo aver sostenuto esami di riparazione sono improvvisamente migliorati ad inizio dell’anno scolastico proprio nella materia in cui avevano accumulato il debito in precedenza. Ma a poco servono i famigerati “compiti delle vacanze”: senza una comunità intorno (o un adulto che li segua) per molti allievi e studenti non c’è apprendimento.

Persino gli adolescenti che leggono molto (specie in via di estinzione?), ad un certo punto hanno l’impressione di girare a vuoto e si accorgono che la scuola, tutto sommato, è anche un grande contenitore di esperienze, di socialità e di crescita.

Il dibattitto sulla durata delle vacanze estive è aperto: io ho detto la mia, aspetto a sentire la vostra nei commenti a questo post.

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Comments

  1. Ho letto anch’io l’articolo dell’economist, e concordo che sia un tema interessante e da approfondire (abbiamo due figlie di 3 e 5 anni).
    Ciononostante, il vissuto sia mio che di mia moglie associa al lungo periodo delle vacanze estive delle memorie molto belle, la sensazione di un’erternità di libertà davanti a sè, a giugno quando la scuola finiva.
    Non vorremmo far mancare alle nostre bimbe questa esperienza, e da questo punto ci sentiamo un po’ in colpa a mandarle al centro estivo, e ci preoccupa l’ipotesi di spostarci all’estero, sempre più realistica per i prossimi anni.
    Forse è solo nostalgia irrazionale, ma anche di queste cose è fatta la vita.
    Grazie per lo spunto.

  2. Io vorrei dire solo una cosa, strettamente inerente alla situazione italiana. Si facciano quante vacanze si vuole, mi accontento anche delle tre settimane sudcoreane, ma che vacanze siano. Per una serie di ragioni, quest’estate i miei figlioli si sono risparmiati la consueta caterva di compiti per le “vacanze” medesime, di solito una pedissequa e pedante ripetizione del programma svolto, con l’enfasi posta sugli esercizi di grammatica, affiancata dalla lettura obbligatoria di scialbi romanzucci di autori stranieri in modesta traduzione. E’ stato, senza mezzi termini, il risveglio da un incubo. Ho realizzato che negli anni precedenti i malcapitati dovevano aprire il libro e il quaderno di fatto tutti i giorni, anche in spiaggia, e che la nostra giornata ruotava intorno alla necessita’ di costringerli a tanto. Per favore, finiamola. Oppure, per par condicio, assegnamo i compiti per le vacanze anche ai lavoratori: agli insegnanti, naturalmente, un pochi di compiti da correggere. Ma anche ai commercialisti, un pochi di modelli Unico da compilare starebbero bene (non a caso, vanno consegnati dopo la pausa estiva). E lo smartphone permette ai bancari di eseguire per lo meno un pacchettino di bonifici.

  3. Vorrei dire la mia. Finché la scuola italiana rimane quello che è: lezione frontale, interogazione, esercitazioni/verifiche, ore e ore seduti al banco fino a 19 anni, beh, penso sia necessario un lungo periodo di stacco. Senza compiti. Che l‘estate serva a “metabolizzare“ quanto appreso durante l‘anno e a produrre idee.

    1. Domando scusa, ho letto l’articolo. Senza polemica, dove sarebbe la critica alla classe docente? si presenta una serie di dati oggettivi, allo scopo di dir bene del nostro sistema, mi pare. Puoi essere piu’ chiaro?

  4. Con tre mesi di vacanza io i compiti li capisco anche perché altrimenti senza allenamento la ripresa è dura: il problema è la quantità e la qualità. Quello che davvero non comprendo sono i compiti durante i cinque giorni di vacanze di Pasqua o a Natale. Non sono periodi lunghi perché stressare bambini e genitori ? Il senso di costruzione cosa produce? Amore per il sapere? Non credo. Lasciamo più spazio alla libertà.Infine per me sono totalmente incomprensibili i compiti per il we. Li odio.

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