Scuola Montessori o bilingue? I dubbi (e le risposte) delle mamme

educazioneglobale scuola bilingue o montessoriAlla scuola dell’infanzia (ex scuola materna) non si dedica mai abbastanza attenzione. Qualcuno la chiama ancora “asilo”, l’antica denominazione che echeggiava la funzione assistenziale di questo servizio.

In realtà il periodo che va dai 3 ai 6 anni del bambino è un periodo cruciale, in cui si gettano le basi di tante competenze, oltre a segnare, per molti bambini, il primo parziale distacco dalle figure genitoriali. Mi ha scritto Debora ponendomi un quesito sulle ragazze alla pari. Poi però, nel nstro dialogo virtuale, è uscito fuori un quesito sul Metodo Montessori. Riporto una parte del suo messaggio:

“Grazie Elisabetta, per la tua risposta (…) gli spunti che mi hai dato sono utili e mi hai fatto sentire meno sola in questa difficoltà. Ti volevo chiedere una cosa che mi sta molto a cuore (…) ho letto che sei una ex alunna Montessori e, senza la minima esitazione, hai scelto di non mandare i tuoi figli in una scuola Montessori, posso chiederti perché? Non ti è piaciuta la tua esperienza in quella scuola? Oppure la ritieni comunque valida ma hai semplicemente dato la priorità ad un percorso già iniziato, il bilinguismo? Ero interessata alla tua opinione visto che l’hai vissuta da vicino…. e visto che io ho lavorato tanto sui 2 fronti, bilinguismo e Montessori e, ad oggi, non posso lamentarmi: tutto sommato mia figlia parla in maniera soddisfacente inglese a frequenta una scuola Montessori. Ma di critiche, sia per una cosa che per l’altra, ne ho ricevute tante, spesso purtroppo da persone che non avevano la minima conoscenza delle due questioni. Non che io possa definirmi una esperta, assolutamente no, ma prima di mettermi al lavoro, ed anche durante, mi sono informata, ho letto, chiesto in giro, partecipato a convegni senza sosta. Dal momento che ti stimo molto ed apprezzo il tuo impegno e le tue capacità mi piacerebbe davvero tanto avere un tuo parere. Grazie mille, Debora”.

Perché non ho scelto una scuola Montessori?

Cara Debora, sollevi una questione così rilevante che ho deciso di farla diventare un post. Vorrei subito spiegare a chi mi legge che questo non sarà un post sul metodo Montessori perché, in un certo senso, pur avendolo vissuto in prima persona e avendone letto molto non mi sento (ancora?) abbastanza competente per scriverne, dunque questo è un post sul confronto tra due mamme, indecise tra scuola Montessori e scuola bilingue, che hanno finito per fare scelte diverse: una scelto la prima (ed è Debora, che mi scrive); l’altra, la seconda (e sono io).

Per ripercorrere le mie scelte devo tornare con la mente indietro di almeno 12 anni se non di più (la figlia maggiore ha appena compiuto 14 anni e, dunque, il periodo in cui mi ponevo il problema di come trasmetterle l’inglese era quello collocato tra i suoi 6 mesi e i suoi due anni).

Allora mi trovavo nella situazione che ho descritto in Why do I raise my baby bilingual, ossia con una bambina piccola e il desiderio di crescerla bilingue con l’inglese. Mio marito era d’accordo, anche se, ovviamente, le sue esperienze di vita sono state diverse dalle mie. Per me, l’esigenza di avere figli che parlassero anche inglese in modo spontaneo e naturale non era un fatto meramente culturale o utilitario (“avrà più chance nella vita e nel lavoro”) ma era (ed è) un fatto IDENTITARIO. In altre parole, sentivo l’esigenza di condividere con i figli il mondo e le esperienze che avevo vissuto in alcuni periodi della mia vita infantile e adolescenziale in quella parte della California che oggi prende il nome di Silicon Valley. Mi fu da subito chiaro che, se pure non potevo condividere le esperienze che avevo fatto, potevo e dovevo almeno condividere la lingua che avevo appreso e nella quale le avevo vissute.

Esclusa – per ignoranza dei miei stessi mezzi – la strada del bilinguismo in famiglia e non avendo neanche contemplato l’idea di una tata inglese, restava la scuola. Dall’altra parte potevano esserci altre scelte: la scuola steineriana, la scuola Montessori (di cui scriverò tra un attimo), la scuola pubblica più vicina a casa – oppure un’altra pubblica ma un po’ più lontana ma situata nella bella cornice di una delle più famose “Ville” romane (ossia, dentro un parco).

Il metodo Montessori in sintesi

Come è noto, il metodo educativo Montessori risale a 100 anni fa e fu usato per la prima volta con bambini in età prescolare dei quartieri poveri di Roma.

Gli elementi caratterizzanti del metodo Montessori sono ben conosciuti, li elenco qui per comodità: le classi comprendono allievi di età diverse; si usano materiali educativi particolari; gli allievi hanno la possibilità di scegliersi il lavoro da svolgere in blocchi di tempo protratti; l’approccio è collaborativo; non ci sono voti né test; l’insegnamento di competenze avviene a livello individuale e di piccolo gruppo. Gli insegnanti guidano i bambini attraverso le varie attività in piccoli gruppi invece che stare in piedi di fronte all’intera classe (didattica frontale).

In una scuola Montessori si lavora con le lettere smerigliate o con le vaschette di sabbia per esercitare la motricità fine e non si usano schede di pregrafismo. In una scuola Montessori ci sono meno giocattoli (e quindi meno prodotti “commerciali”) e meno spazio per il gioco libero. Si imparano a usare gli strumenti dei grandi: le forbici, i bicchieri, le posate di metallo. Gli studenti giocano con i giocattoli accuratamente progettati ed è data molta enfasi all’apprendimento di abilità pratiche (come allacciarsi le scarpe…anche se, ormai, tante scarpe da bambini hanno le chiusure in velcro…).

C’è molta ritualità nella vita quotidiana, i bimbi sembrano piccole api operose e sempre attenti a fare bene. D’altro canto, tutta questa ritualità può risultare un po’ rigida. In fondo il metodo Montessori è in qualche modo il meno alternativo dei metodi educativi “alternativi” (a questo proposito segnalo anche un articolo che mette a confronto il metodo montessoriano con quello steineriano).

Vantaggi e svantaggi del metodo

Ecco le opinioni che sento normalmente sul metodo da parte dei suoi sostenitori e dei suoi detrattori.

I vantaggi della formazione Montessori, secondo i suoi sostenitori: i bambini imparano ad essere indipendenti; le aule con bambini di diverse età fanno si che i più grandi aiutino i più piccoli: gli studenti imparano dai propri pari e si sostengono l’un l’altro; i bambini possono imparare al proprio ritmo individuale;  i bambini sono spesso più felici di imparare perché stanno imparando cose alle quali sono interessati e che “mimano” attività che loro vedono fare agli adulti (anche allacciarsi le scarpe o versare l’acqua dalla brocca in un bicchiere, ad esempio).

I critici del metodo Montessori, invece, trovano alcuni svantaggi nel sistema: gli insegnanti possono avere difficoltà a lasciare gli studenti scegliere le proprie attività; i bambini possono avere difficoltà nella successiva transizione ad una scuola tradizionale; i bambini Montessori, alla fine, ‘sanno meno cose’; i bambini non sono abituati a lavorare in gruppo e “non sanno stare fermi” (vi sono specifiche esperienze dii genitori che hanno mandato i bambini in un asilo Montessori e si sono lamentati dell’eccessivo lavoro individuale svolto quasi in isolamento).

In realtà le scuole sono fatte di insegnanti e le differenze stanno – forse – in come le teorie sono applicate e i materiali sono utilizzati. Così, in alcune scuole l’accento sui “tempi del bambino” può diventare forse un eccesso di lavoro individuale anziché collettivo, mentre in altre sembra di capire che l’approccio Montessori equivalga a lasciare che il bambino faccia tutto ciò che vuole. Alcune scuole vengono criticate perché troppo ancorate ai materiali didattici predisposti dalla stessa Maria Montessori, ormai non più attuali, mentre vi sono altre scuole dove se ne costruiscono di nuovi.

In Italia, le scuole Montessori sono circa 150, in preponderanza scuole dell’infanzia, qualche elementare, un po’ di nidi e pochissime scuole secondarie di primo grado (medie). Altri dati, per approfondire, si possono trovare nel sito dell’Opera Nazionale Montessori.

Nel mondo ci sono più di 20.000 scuole Montessori di ogni grado. Se in Italia il metodo ha i suoi detrattori negli Stati Uniti, specie nella west coast, la popolarità di questo metodo non ha mai cessato di accrescersi. Si calcola che negli Stati Uniti il metodo Montessori sia utilizzato in oltre 5 mila scuole, fra cui 300 scuole pubbliche e alcune high school. I fondatori di Google Larry Page e Sergei Brin, l’ideatore di Amazon Jeff Bezos, il fondatore di Wikipedia Jimmy Wales hanno qualcosa in comune: hanno tutti frequentato scuole dell’infanzia che utilizzavano il metodo Montessori e colgono sempre l’occasione di sottolinearlo.

Negli Stati Uniti si parla persino di Montessori management, come in questo articolo dell’Economist; un approccio nel quale si rivede il mito secondo il quale in team si lavora meglio, a favore di un ritorno al lavoro individuale e al superamento della logica degli open space (per una disamina di cosa voglia dire lavorare in un “ufficio Montessori”, segnalo l’articolo The Montessori Startup and the dream of a Montessori Workplace).

La mia esperienza

Mentre, da mamma, in quei primi anni 2000, cercavo per mia figlia la scuola “giusta”,  nelle varie scuole del mio quartiere che fossero pubbliche o private, iniziai a parlare con figure diverse: dirigenti scolastici, insegnanti, coordinatrici didattiche.

A molte di queste figure chiedevo: “che differenza c’è tra una scuola dell’infanzia Montessori e una normale scuola dell’infanzia?”.  In molti casi – mi veniva sottolineato – non (più) molta.

Ricordo in particolare una docente che mi disse, più o meno, quanto segue. Che il metodo Montessori era stato rivoluzionario per l’epoca in cui è nato, epoca in cui l’infanzia non era neanche considerata. Che il contesto in cui è nato il metodo Montessori è diverso da quello odierno. Mi spiegò che la didattica moderna, nel tempo, si è arricchita di diverse scuole di pensiero (come il “Reggio approach” di Loris Malaguzzi, nato nelle scuole comunali di Reggio Emilia in cui la creatività del bambino è valorizzata dalla possibilità di sperimentare i suoi ‘cento linguaggi’). Il punto, comunque, è che una scuola dell’infanzia deve essere “a misura di bambino”, che i materiali con cui giocare e da manipolare devono essere collocati in modo da poter essere utilizzati. Infine, che la qualità di una scuola rispetto ad un’altra non la fa il metodo pedagogico scelto ma le persone che ci lavorano. Che lei stessa aveva studiato come insegnante Montessori e che utilizzava alcuni principi e materiali del metodo – ma che altri non li considerava in quanto superati.

Non è che presi queste parole per buone di per se. Erano le parole di una insegnante non montessoriana. Sarebbe stato interessante porre le stesse domande ad una docente montessoriana! Ma sarebbe stato ancora più fruttuoso mettere insieme, nella stessa stanza, diverse docenti di scuola dell’infanzia, di quelle brave e motivate, provenienti da tradizioni diverse: Montessori, scuola pubblica italiana, scuola di Reggio Emilia, Steiner e, magari una scuola straniera, inglese o francese, e farle discutere e argomentare ognuna sulle stesse domande….

Tutto questo supplemento di indagine, è ovvio, non potevo farlo. D’altro canto, i miei ricordi della scuola dell’infanzia Montessori sono molto vaghi. Sono tutti belli, ma non sono meno belli di altri ricordi scolastici in altre scuole.  Io ricordo dei piccoli telai nel quali si doveva, a seconda dei casi, chiudere bottoni o allacciare lacci. Ricordo anche di aver spazzato per terra, all’interno di un quadrato disegnato con il gesso dove erano state gettate foglie e polvere, cosa che mi dava una gran soddisfazione. Ricordo, infine, d’aver passato molto tempo a colorare, disegnare, appiccicare, tagliare, ma l’ho fatto anche alle scuole elementari (pubbliche, non montessoriane, ma con il tempo pieno) ed anche negli Stati Uniti (in un’altra scuola pubblica di Palo Alto, in California) e anche questa attività mi era molto gradita. La verità è che – almeno nell’infanzia – a me la scuola è sempre piaciuta. Se la scuola Montessori sia stata per me trasformativa o meno non saprei dirlo.

Le scelte scolastiche fatte per i miei figli sono state sempre ragionate, ma c’è un elemento di casualità che devo menzionare: ho sempre cercato di scegliere per i figli delle scuole che, per quanto anche lontane da casa, fossero raggiungibili a piedi. Ho da subito escluso le scuole non raggiunte da mezzi pubblici o quelle che implicavano tratti a piedi su strade pericolose o non piacevoli da percorrere a piedi (assenza di marciapiedi, strade a grande scorrimento etc.). Per questi motivi, dovetti subito escludere la scuola Montessori nella quale ero stata allieva.

Inoltre, alla fine, la mia domanda principale non era quella di trovare la scuola dell’infanzia migliore in assoluto, ma era molto più specifica: come crescere mia figlia bilingue. La scuola inglese più vicina a casa costava un’enormità, la scuola bilingue costava meno. Quello che alla scuola bilingue mancava (e manca) in termini di quantità di esposizione alla lingua lo avrei colmato con altri mezzi (che poi ho usato negli anni): summer camp negli USA, una serie di ragazze alla pari, ma anche viaggi in Inghilterra anche con amici stranieri e così via.

A distanza di tempo ho fatto bene o male? Chi può dirlo? Se avessi scelto la scuola dell’infanzia Montessori non avrei comunque potuto proseguire con la scuola primaria, non essendovene una nel mio territorio. E non avrei dato una risposta alla mia prima domanda, quella sul bilinguismo.

Tralascio, poi, un’altra questione, meritevole di approfondimento (magari in un altro post): quella relativa al fatto che la scuola bilingue era necessariamente privata, mentre la scuola dell’infanzia Montessori che avrei potuto scegliere era pubblica. Avrei preferito la seconda opzione, piuttosto che la prima.

Di diverso – tornando indietro – penso che avrei cresciuto le prime due figlie esprimendomi in inglese come ho fatto con il terzo (l’ho spiegato in Bilingualism: 3 children, 2 methods, 1 family). All’epoca, tuttavia, non avevo letto libri sul bilinguismo, non conoscevo il fenomeno dei non-native speakers che decidono di parlare la loro seconda (o terza) lingua ai propri figli anziché la madrelingua. Insomma, forse la scuola bilingue non è stata la scelta migliore per il bilinguismo ma il bilinguismo è stato certamente la scelta migliore per noi come famiglia. Oggi la figlia maggiore fa un liceo scientifico pubblico, che però ha adottato un programma internazionale. Non so se sarebbe stata in grado di entrarvi con livelli linguistici diversi da quelli che ha acquisito nel tempo.

Come ho argomentato nell’ebook Come scegliere la scuola, alla fine quello che conta è dare una risposta alle proprie domande. La mia domanda (di istruzione) può essere diversa dalla domanda di un’altra famiglia. E dunque arriveremo a conclusioni diverse. Dunque Debora se tua figlia “tutto sommato parla in maniera soddisfacente inglese a frequenta una scuola Montessori” e sei soddisfatta hai fatto la scelta migliore in modo ponderato per te. E questo è quello che conta (anche se non sappiamo come i nostri figli, una volta adulti, giudicheranno le scelte che abbiamo fatto per loro).

Sono invece curiosa di sentire chi è che ti ha criticata e perché e, soprattutto, quale è il bilancio dell’esperienza Montessori di tua figlia sinora.

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