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“Se prendi otto al test ti pago venti euro”…ma l’incentivo economico allo studio funziona?

E’ giusto pagare i figli (o gli studenti) per far sì che si impegnino a scuola e prendano bei voti? Ma, soprattutto, funziona?

Ho deciso di tralasciare la risposta alla prima domanda, dove si scontrano etiche e valori, e andare dritta alla seconda, ossia se gli incentivi economici funzionino o meno. Tralascerei, inoltre, i bambini, perché rovinare la grazia dell’infanzia corrompendola con il danaro mi sembra poco utile. Peraltro sono fermamente convinta che per tutta la scuola primaria i bambini non dovrebbero avere compiti a casa, ma solo libri da leggere, per di più scelti da loro, ma questa è un’altra storia.

Dunque circoscrivo la mia domanda iniziale come segue: dare premi in denaro agli adolescenti affinché si impegnino al massimo o ottengano un determinato risultato ad una verifica, interrogazione o test, funziona?

Quando si pone una simile questione c’è sempre qualcuno pronto ad argomentare sulla prima delle due domande con cui ho iniziato, ossia sulla non-eticità dell’incentivo finanziario allo studio. Normalmente, infatti, viene spontaneo affermare che è importante studiare perché la conoscenza è utile o è nobile (o entrambe le cose), perché studiare è il dovere di uno studente verso la società, perché poter studiare è già un privilegio. Tutti argomenti che i genitori si affannano ad utilizzare con i figli (ed anche io non faccio eccezione…).  Perché dunque pagare chi fa solo il proprio dovere?

Eppure, davanti a questi argomenti di principio, occorre farsi un esame di coscienza: un adulto spesso pensa in questo modo perché ha studiato abbastanza a lungo da apprezzare lo sforzo che lo studio richiede e perché ha potuto godere del risultato del proprio sforzo. Inoltre, sia lo studio come “dovere” che lo studio “per amore della conoscenza” sono principi non sempre opponibili alla media dei sedicenni. Del resto, anche per molti adulti è difficile tenere conto di una gratificazione che è molto ritardata rispetto ad un comportamento virtuoso ma difficile. Vogliamo metterci a dieta o smettere di fumare, prendere la seconda laurea o fare quella telefonata che ci è penosa; sappiamo bene che dopo aver fatto queste cose ci sentiremo meglio e, tuttavia, spostiamo spesso un po’ più avanti il momento del dovere. Si chiama procrastinazione ed è una tendenza che, prima o poi, ci riguarda tutti.

Detto in parole povere, è difficile fare qualcosa che costa fatica ora, anche quando sappiamo bene che porterà vantaggi nel futuro. Stante ciò, come possiamo convincere un adolescente in questo momento a fare la scelta giusta per domani? È un compromesso con il tempo che spesso l’adolescente non è in grado di cogliere. Ci sono liceali che preferiscono saltare la scuola o i compiti e andare a divertirsi oggi, piuttosto che studiare duramente per un giorno (o una settimana, o un mese) e superare un test (o “salvare l’estate”, non facendosi rimandare a settembre). D’altronde quando si è adolescenti si vive in una dimensione dilatata del tempo. Come se si fosse immersi un un presente storico, ci si crede eternamente giovani ed eternamente forti, pronti a gestire qualsiasi avversità.

Insomma, la maggior parte degli adolescenti non percepisce il ritorno futuro dei propri sforzi, ad esempio le migliori prospettive nel mondo del lavoro di chi ha fatto bene a scuola e all’università (perché studiare ancora paga, persino in Italia…ma è un tema che affronterò in un altro post). Per tutti questi motivi, l’immediata gratificazione di un premio in denaro qui ed ora funziona più di una ricompensa futura.

L’economia comportamentale non è certo una scienza esatta, ma qualche esperimento in questo campo è stato svolto ed è interessante vederne i risultati. Uno è stato condotto una decina di anni fa da un economista. Si tratta di Steven Levitt (l’economista di Freakonomics – ne ho scritto in Come un podcast può cambiarti (in meglio) la vita). Probabilmente influenzato dalla sua storia personale (in un podcast ha raccontato come i genitori gli dessero 25 dollari per ogni “A” presa alle scuole medie e superiori), Levitt, insieme ad altri economisti (John A. List, Susanne Neckermann e Sally Sadoff), ha fatto un esperimento sugli incentivi economici agli studenti delle scuole delle zone disagiate di Chicago. In questo caso, gli studenti coinvolti erano sia adolescenti delle high schools, sia alunni delle scuole primarie.

Anticipo qui le conclusioni: lo studio ha dimostrato che i ragazzi coinvolti hanno reso di più nei test quando sono stati promessi loro soldi o premi in cambio di un maggiore impegno nell’ottenimento di buoni voti.

Gli incentivi venivano offerti immediatamente prima del test, quindi non testavano tanto lo studio precedente al test, quanto il grado di concentrazione e di impegno profuso nel test, misurato attraverso i risultati effettivi rispetto a quelli attesi. Trattandosi di test standardizzati (come il SAT), gli economisti avevano già informazioni sulle performance attese degli studenti.

Oltre al fatto che l’incentivo economico funziona, i ricercatori hanno però fatto altre tre scoperte interessanti, che vado a descrivere.

Primo: la quantità di denaro conta davvero. Secondo quanto riferito, gli studenti erano disposti a esercitare molta più energia per 80 dollari, ma non per 40 dollari.

Secondo: l’incentivo funziona se è immediato. Gli studenti reagivano positivamente se venivano pagati subito. Se il premio veniva erogato dopo un mese, i ragazzi non mostravano un impegno superiore a quello che avrebbero normalmente messo nel fare il test. Se ne desume che gli incentivi a breve termine funzionano sempre, ma tutto il potere motivante svanisce quando i premi sono consegnato con ritardo. Poiché, come ho argomentato, i premi per gli investimenti in materia di istruzione sono quasi sempre ritardati (“studia perché la cultura è importante e perché così troverai un lavoro migliore”), i risultati dello studio suggeriscono che, per i molti studenti che non hanno una motivazione interiore allo studio, non ci sono particolari incentivi all’impegno. Da un punto di vista puramente economico, quindi, se non usiamo incentivi immediati, non investiamo a sufficienza nei risultati dell’allievo.

Terza ed ultima scoperta, forse la più interessante, l’incentivo all’impegno funzionava meglio quando era formulato come una perdita piuttosto che come un guadagno. Questo è di gran lunga il risultato più interessante dello studio. I risultati migliori si sono ottenuti nei casi in cui i soldi venivano dati agli prima del test, ma veniva loro chiesto di restituirli qualora il risultato ottenuto non fosse stato migliore di quello atteso.  Questa scoperta è, del resto, coerente con il vizio cognitivo (cognitive bias) che gli psicologi chiamano di “avversione alle perdite”(l’ho descritto qui).

Chi volesse saperne di più trova qui lo studio che descrive l’esperimento. Una descrizione più sommaria è presente qui ed è riportata anche nel libro di Freakonomics When to rob a bank (p. 338 dell’edizione americana in paperback).

Altri hanno successivamente emulato l’esperimento di Levitt o si sono ispirati alle sue conclusioni.

Un caso interessante è quello di Mohamad Jebara, fondatore di una società che si chiama Mathspace. Mathspace ha ideato un programma di matematica per aiutare gli studenti in difficoltà con questa materia. Sin qui, tutto già visto. Ma poi ha fatto qualcos’altro: ha adottato un meccanismo incentivante molto particolare. Fa pagare ai genitori degli allievi che si iscrivono un abbonamento settimanale per l’utilizzo del programma. Se lo studente raggiunge l’obiettivo settimanale di matematica (3 esercizi da completare nell’arco di una settimana, per un premio di 10 dollari), Mathspace rimborsa l’importo pagato direttamente sul conto corrente dell’allievo. In questo modo, si incentiva l’impegno invece della performance su un periodo sufficientemente breve e con un premio abbastanza alto da interessare gli studenti. Se però il risultato non viene raggiunto, l’importo resta a Mathspace. In sostanza, Mathspace si fa pagare dai genitori ma poi restituisce ai figli, se questi si impegnano a fare gli esercizi di matematica richiesti.

Più che un modello di business sembra un modello di anti-business: è gratis se lo usi e paghi se non lo usi. Ma l’azienda è riuscita a creare profitto e, allo stesso tempo, a far migliorare la performance in matematica di moltissimi studenti. Per ora il modello è stato testato da cinque mesi solo su utenti privati, in Australia, ma l’idea è di estenderlo alle scuole.

Il progetto di Mohamad Jebara però ha anche un profilo etico di lungo termine. In fondo nulla, nella vita, ci piace veramente se non ci riesce bene (come affermava Amy Chua); la sua idea è che i ragazzi coinvolti inizino ad impegnarsi in matematica solo perché ottengono un compenso monetario ma che, nel lungo termine, il denaro non avrà più importanza. Perché, come afferma Mohamad Jebara in una TED talk, nel lungo termine, la meraviglia della matematica sarà l’incentivo, e comprenderla sarà la ricompensa.

E in Italia? Ho letto poco tempo fa che un istituto tecnico di Arezzo assicura un piccolo premio in denaro agli studenti che superano la media del 7, anche se, in questo caso, la coincidenza tra chi premia e chi valuta (sia pur tramite la mediazione degli insegnanti) non mi pare ottimale. Inoltre, che io sappia, nessun economista si è messo a studiare questo caso, per vedere se l’incentivo porta con sé un aumento dell’impegno da parte degli studenti.

Sia come sia, incentivare gli adolescenti allo studio promettendo premi finanziari pare che funzioni. A patto di rispettare le condizioni dell’immediatezza del premio e della riformulazione dei premi come possibili perdite. Aspetto qui sul blog Educazione Globale i commenti e i suggerimenti di chi ha già tentato…

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Comments

  1. Io sono d’accordo. L’incentivo in denaro è utile e non ha nulla di immorale, anzi apprezzare il lavoro che c’è dietro la disponibilità economica non è mai troppo presto. Ai miei figli non ho mai dato paghette, ma retribuito i loro sforzi e non i risultati: non mi interessa il voto a scuola, ma l’impegno profuso. Se prendi otto perchè hai copiato oppure sei stato fortunato o ancora, al contrario, nonostante l’impegno la verifica è andata male, sono fattori che non possono incidere sulla retribuzione proprio perchè non sei un adulto e il messaggio che voglio far passare è che l’impegno paga (peraltro ne sono assolutamente convinta, magari non sempre nel breve periodo) e non che quello che conta è il risultato.
    Peraltro con i miei figli – confermo gli studi citati – funziona. E se hanno letto un libro per il corrispettivo e non per amore del sapere, poco importa, sicuramente sarà più facile continuare a leggere se già lo hai fatto, anche per fini poco nobili, anzichè se nel rispetto assoluto della volontà del minore nessun volume è stato sfogliato.

  2. Anche noi funzioniamo piu’ o meno cosi’ : a fine settimana ci si dice com’è andata la settimana e se si è studiato e il comportamento ha “tenuto” (ho tre maschi tra i 14 ai 18 anni ;-)) si ha diritto alla paghetta intera o un po’ meno o nulla al e sono loro a parlare per primi dicendo quanto credono di meritare. Funziona relativamente bene ma sinceramente non ho trovato di meglio. Abbiamo instaurato questo metodo qualche anno fa un po’ a malincuore, mi sarebbe tanto piaciuto che lavorassero e si comportassero bene solo perché é giusto….ma quanti di noi fanno bene il lavoro solo perché è il loro dovere?
    Credo comunque che sia importante in parallelo piu’ che relativizzare il valore del denaro (con un adolescente nel mondo del consumismo passi solo per “antica”) potenziare tutte le attività piacevoli che non lo prevedono, farle con loro, parlarne, discuterne (una partita di calcio al parco, i tuffi al tramonto, un film stravaccati sul divano tutti insieme, una bella partita a Risiko, etc..). Inoltre sarebbe importante fare in modo che acquistino una visione critica sui loro effettivi bisogni: veramente ti serve un paio di scarpe nuove? perché ? etc..
    Non dico che ci riusciamo ma è un tentativo di cercare un equilibrio, voi come fate?

  3. Leggendovi mi sono venuti in mente due libri: uno e’ Homo Deus, di Y.N. Harari, che sto leggendo ora e l’altro e’ Momo, di M. Ende, letto a diciannove anni.
    Da una parte c’ e’ Il forte desiderio di onnipotenza ispirata dal materialismo e dalla presunzione di voler e poter controllare tutto con la disponibilita’ economica, tipico dei genitori moderni.
    Dall’altra ci sono l’istinto e l’irrazonalita’ di una bambina che lotta contro gli uomini neri “ladri di tempo” e di tantissimi altri valori, unica dei suoi amici a non farsi irretire da vane promesse economiche.
    Quello che veramente quegli uomini neri. volevano da tutti, adulti e bimbi, era privarli della loro personalita’, dei valori, .
    Fuor di metafora, io penso che la purezza e i valori che faticosamente si cercano di insegnare ai bimbi delle elementari per far l’ora amare a sproposito Il sapere e insegnare l’inestimabile valore dell’impegno debba essere mantenuto anche in loro adolescenti, altrimenti mi parrebbe solo finzione.
    Che cosa vuol dire: tanto poi il mondo sara’ cosi, ovvero sarai pagato bene se farai bene. Certo, ma
    1) ci sono tanti tipi di premi e non solo soldi
    2) non tutte le famiglie hanno le disponibilità necessarie
    3) si crea un rapporto di dipendenza per cui si parte da cinque e si arriva a cinquanta euro, poiché “vuoi mettere la difficolta’ di quest’esame”.?
    4) e all’7niversita’? Quanto per un 30 e lode?
    5) quale unico valore abbiamo insegnato in questo modo?

    Forse la mia bimba di terza elementare quest’anno non avra’ tutti dieci come lo scorso anno (lo ha confidato al papa’, a me aveva paura di dirlo, e d io mi sono interrogata su questo…), … ma sicuramente da me non avra’ mai l’insegnamento : piu’ studi, piu’ ti pago.

    Via, uomini neri.

    Francesca

    1. Ciao Francesca, bellissimo Homo Deus, di cui ho scritto qui https://www.educazioneglobale.com/2018/05/e-se-il-futuro-degli-esseri-umani-non-fosse-umano/
      Quanto al vil denaro, mi limitavo a descrivere i risultati degli esperimenti di alcuni economisti comportamentali. Poi, ovviamente, ognuno fa come crede.
      Ciò detto, c’è un abbisso tra l’infanzia e l’adolescenza; con gli adolescenti una motivazione esterna, non solo valoriale, può funzionare. Non tutti ne hanno bisogno – e meno male.
      Quanto all’università, si suppone che a quel punto si vada sviluppando un qualche progetto per il futuro e si sia scelto un settore che non ci è sgradito.

  4. Ovviamente questo è solo il mio pensiero ed ognuno è diverso per background, situazione e carattere del figli…. Ciò premesso no, proprio non ci riesco a fare una paghetta o comunque un premio in denaro per ogni buon voto. Mia figlia va in seconda liceo scientifico, e premetto che ho la fortuna che sia molto brava a scuola e si impegna molto, ma darle un reward in denaro lo trovo addirittura controproducente e anche triste.

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