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Scuola Bilingue: tutto quello che avresti voluto sapere e non hai mai osato chiedere…

Italiani e lingue straniere: da sempre un rapporto difficile. Rispetto a molti paesi del nord europa, gli italiani parlano altri idiomi poco e male e anche i ragazzi italiani non conoscono le lingue straniere, (neanche l’inglese che – pure – è onnipresente).

Con ciò si capisce come mai, i genitori che possono permetterselo, vadano cercando un’offerta formativa più aperta alle lingue straniere per i loro figli, fin dalla più giovane età.

Oltre a corsi di lingua, viaggi all’estero e baby sitter e au pair straniere, la scelta si focalizza, sempre di più, sulle scuole che offrono una didattica – o parte di essa – in lingua straniera, ossia sulle scuole internazionali e sulle scuole bilingui.

 

Cosa significa “scuola internazionale” e cosa “scuola bilingue”?

Cominciamo subito con il dire che non esiste una vera e propria definizione normativa e, dunque, è sull’esperienza e sullo studio attento dei programmi didattici offerti che bisogna basarsi.

Una scuola internazionale vera e propria è una scuola che afferisce al sistema di istruzione di un altro paese rispetto a quello ospitante. Potrà essere inglese, americana, francese o tedesca. Potrà essere persino cinese, come la SIIC – Scuola internazionale italo cinese, che sta aprendo a Padova (un segno tangibile del rinnovato interesse per il cinese mandarino, di cui si è parlato qui).

La lingua, il metodo didattico e i programmi saranno quelli che afferiscono alla cultura prescelta, secondo le norme e le prassi del paese cui la scuola si riferisce. Insomma: la scuola internazionale britannica seguirà il National Curriculum britannico mentre quella francese seguirà le norme stabilite dal Ministero dell’Istruzione francese e così via. In queste scuole, solitamente l’italiano è studiato come una seconda lingua (L2), sia pur tenendo conto del fatto che i bambini crescono in Italia e, spesso, hanno entrambi i genitori italiani. Ma della scuola internazionale vera e propria scriverò in un altro ‘post’.

C’è poi la scuola bilingue.  E qui la questione si complica.

Il modello della scuola bilingue si è andato affermando, negli ultimi anni, nelle grandi città di Italia per rispondere ai bisogni di una conoscenza più approfondita dell’inglese. Esso deve parte del suo crescente successo all’incapacità della scuola pubblica di insegnare le lingue straniere.

La scuola bilingue è una scuola che, di base, segue il programma ministeriale italiano e che è privata, ma può essere anche paritaria (o parificata) ossia – benché privata – essere riconosciuta come equivalente a quella pubblica. La principale conseguenza di tale “parificazione” è che gli allievi delle scuole paritarie non necessitano di sostenere esami “da privatista” per l’eventuale rientro nella scuola pubblica italiana, come invece accade a quelli delle scuole private non parificate.

La scuola bilingue si autodefinisce tale perché la lingua straniera (solitamente l’inglese, ma vi sono anche scuole bilingui con il francese o con il cinese) è molto più presente che nella scuola pubblica e perché viene insegnata da docenti madrelingua. Ma quanto “più presente?”.

In mancanza di una definizione normativa, il mondo delle scuole “bilingui” è un po’ una giungla, per cui bisogna tenere gli occhi aperti. Alcune scuole si autodefiniscono ‘bilingui‘ ma poi offrono solo 4 ore settimanali in più in inglese rispetto ad una scuola pubblica. In quest’ultimo caso, semmai, sarebbe più corretta la dizione “ad inglese rafforzato”.  Insomma, 4 ore settimanali in più di inglese non bastano a definire una scuola come “bilingue”.  A mio parere ne servono almeno una decina in più perché una scuola possa autodefinirsi “bilingue” (e se si arriva ad un totale di 15 o 16 ore settimanali di/in lingua è meglio). Insomma bisogna dedicare all’altra lingua e alle materie in lingua circa quasi lo stesso monte ore di lezione all’italiano. Inoltre, ma è quasi scontato dirlo, i docenti devono essere madrelingua (o almeno “near native speakers”) e l’intera lezione deve svolgersi in lingua. E’ bene quindi che i genitori interessati a questo tipo di scuola chiedano informazioni dettagliate sulla quantità di ore DI inglese e IN inglese per i vari anni accademici e si informino su tutti gli aspetti (ad es. se le insegnanti sono madrelingua, se la scuola è paritaria ecc…)

E’ ovvio che una scuola di questo genere richiede una giornata scolastica lunga. Il tempo pieno è d’obbligo ed è veramente “pieno” e i libri e i materiali sono quasi il doppio di quelli richiesti da una scuola monolingue. Insomma, come si può capire, una scuola bilingue che sia seria, ha necessariamente il tempo pieno ed è abbastanza impegnativa per i bambini che la frequentano.

Nel modello bilingue, le due lingue vengono adoperate nell’insegnamento di tutte le materie scolastiche. Cosicché, un bambino studierà alcune materie (matematica, storia o scienze) sia in inglese che in italiano oppure, a seconda dell’approccio seguito dalla scuola, farà alcune materie in inglese (ad esempio scienze, arte o tecnologia informatica) e altre in italiano. Oppure, ancora, farà in inglese attività che normalmente sono extracurriculari, come musica, teatro o scrittura creativa (di quest’ultima si è parlato qui). Questo sistema non solo favorisce e sviluppa la capacità di apprendimento di due lingue ma anche l’ampliamento dei propri orizzonti mentali e l’apprezzamento per altre culture.

Il modello didattico delle lezioni di lingua e in lingua sarà, ovviamente, quello “comunicativo” o “ad immersione”. I docenti madrelingua, in altre parole, non traducono da una lingua all’altra ma si comportano come nelle scuole internazionali e si esprimono direttamente in inglese. Pertanto, come per le scuole internazionali, prima si inizia e meglio è (persino all’asilo nido). Per questo motivo, le scuole bilingui serie accolgono bambini italiani solo se piccoli (o già bilingui).

In molte di queste scuole, come nelle scuole internazionali, vengono adottati riti e usi dei paesi cu la lingua afferisce (così, per le scuole in lingua inglese, magari si festeggia la festa di Halloween o il Giorno del Ringraziamento). Talvolta vengono adottati i criteri didattici del paese cui ci si riferisce, come, ad esempio, un sistema di specializzazione dei team docenti per età.

Vantaggi e svantaggi delle scuole bilingui

Il vantaggio di una scuola bilingue, rispetto ad una scuola internazionale, è che vi è meno sradicamento dalla cultura italiana. Spesso, inoltre, le scuole bilingui hanno rette più contenute di quelle internazionali. Inoltre, se la scuola bilingue è paritaria non ci sono problemi con il trasferimento nella scuola pubblica italiana, in qualsiasi momento esso si rendesse necessario. Considerando il fatto che il bambino avrà acquisito capacità e conoscenze delle varie materie avvalendosi di entrambe le lingue, egli dovrebbe poter integrarsi in un sistema scolastico monolingue senza bisogno di ricorrere a corsi di recupero, né per quanto riguarda la lingua né per quanto riguarda la conoscenza delle specifiche materie.

Gli svantaggi, rispetto ad una scuola internazionale, sono un apprendimento molto più lento della lingua straniera, le incerte qualificazioni dei docenti e l’impossibilità di acquisire competenze e certificazioni proprie di altri sistemi scolastici, che potrebbero favorire la mobilità dell’allievo o dello studente in altri paesi o sistemi (key stages, GCSE ed A levels per la scuola inglese; American Diploma, SATs per la scuola americana; IB per entrambe i sistemi: l’alunno delle scuola bilingue rimane fuori da questo mondo, proprio perchè il programma svolto è principalmente quello della scuola italiana, più ovviamente l’inglese).

Poichè quello delle scuole bilingui è un fenomeno nuovo, un errore da non fare è quello di ritenere che siano tutte eguali: non è vero, ognuna fa storia a sè, pertanto attenzione alla scelta!

Inoltre, poichè attraggono perlopiù famiglie italiane, la conseguenza è che il programma bilingue si inserisce in un contesto monolingue. Fate un giro in una scuola bilingue e vi accorgerete che i ragazzini sono per il 95% italiani (e l’altro 5% è magari cinese, arabo, francese o spagnolo ma quasi mai inglese, irlandese, australiano o canadese). Ne consegue che, se non accompagnato da un percorso famigliare e da appositi rinforzi, il bilinguismo cui si giunge è un bilinguismo artificioso: l’altra lingua (altra rispetto all’italiano) rimane ‘una materia’.

Insomma, so che “scuola bilingue” suona bene, tuttavia è bene sfatare un paio di miti: le scuole bilingui non sfornano automaticamente bambini bilingui ma, per arrivare ad un bilinguismo bilanciato, è necessario supportare il bambino in questo cammino con altri strumenti: dai summer camp in inglese o all’estero alle ragazze alla pari. Il cartone animato o la soap opera in inglese è utile, ma non basta.

L’essenziale, io credo, è che, quando si scelgono queste scuole, vale la regola per cui prima si inizia e meglio è ed, in secondo luogo, vale anche la regola che se il genitore non conosce bene quella lingua e quella cultura straniera è la sua occasione – ma è anche suo dovere –  quello di mettersi a studiarla o cercare di migliorarla (esce fuori la calvinista che è in me…). Ciò sia per seguire il figlio sia linguisticamente, sia – non lo dimentichiamo – culturalmente: infatti non basta sapere l’inglese, occorre conoscere il modo con cui, in un’altra lingua e cultura, si pensa, si concepisce il mondo.

Scegliere una scuola bilingue senza conoscere minimamente la lingua che vi si parla è un po’ azzardato. Come farà quel genitore quando dovrà aiutare il figlio con i compiti? Occorre proiettarsi nel futuro e pensare anche a quello che succederà tra tre o quattro anni.

Occorre infine tenere presente che ci sarà una fase ‘silente’: quella in cui la lingua straniera viene vissuta solo passivamente e il genitore ansioso, non vedendo risultati immediati, si chiederà se vale la pena di fare questo investimento in istruzione. Tranquilli: la lingua straniera, specie se introdotta dopo i 3 anni (o addirittura più tardi) ci mette un po’ a ‘sbocciare’.

Non è forse così anche per la prima lingua (ossia la lingua madre)?

Il neonato non vive in un mondo di silenzio ma, sin dalla nascita, vive in un mondo di parole: eppure ci metterà tra i nove mesi e i due anni prima di riuscire a riprodurre (e a produrre) le prime rudimentali parole…quindi l’indicazione per il genitore ansioso è: date a vostro figlio almeno un anno e mezzo di tempo prima di giudicare quanto ha acquisito!

 

E per chi la scuola bilingue non se la può permettere?

Ebbene, seppur lentamente, anche nella scuola pubblica qualcosa si sta muovendo. Alcune scuole bilingui pubbliche esistono da tempo in zone territoriali circoscritte e servono a tutelare una lingua ufficiale, anche se minoritaria, nello Stato italiano: è il caso delle scuole bilingui italiano – tedesco dell’Alto Adige.

In altri casi è la scuola italiana che si sta lentamente adeguando ad un modello più internazionale, con maggiore o minore successo. In teoria, almeno per la scuola secondaria di secondo grado,  già dal 1999 è stato introdotto, in via opzionale, il metodo CLIL (Content and Language Integrated Learning). Hanno iniziato i licei offrendo gli IGCSE ma ora anche le scuole primarie e secondarie di primo grado italiane adottano il programma Cambridge. Non si tratta solo di scuole paritarie; in alcune grandi città, alcune scuole pubbliche elementari e medie stanno adottando, in aggiunta ai programmi italiani, i programmi denominati “Cambridge Primary” e “Cambridge Secondary” per ampliare l’offerta formativa in lingua inglese (e di materie in inglese). Non vi aspettate miracoli, però meglio di niente!

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Comments

  1. Forse mi sono spiegato male. Dato che tutti quanti sostenete i corsi la mia domanda è non avrebbe senso fare i tre anni e poi continuare con corsi avanzati per il bambino? Sarebbe molto avvantaggiato e vita più facile. Dando per scontato la costanza.

  2. Caro Dino, premetto che la mia e’ una opinione e non una certezza, la scuola internazionale non e’ un corso di lingue. Questo fa apprendere la lingua in un modo strutturato (tipicamente,saluti, presentazione, famiglia, casa, lavoro, ognuno in una o piu’lezioni). Quella, sfruttando le potenzialita’ del cervello infantile, la fa apprendere per immersione, cosi’ come noi abbiamo appreso la nostra madrelingua. Non e’ quindi affatto scontato che frequentare questa ti situi in una posizione di vantaggio rispetto a un corso. Qui pero’ per avere delle certezze bisognerebbe sentire qualcuno che si intende di corsi di lingue per bambini: quello che ti ho detto si basa sulla mia esperienza di corsi generici, offerti anche a bambini, ma non specifici per loro.

  3. …alla discussione mi permetto di aggiungere che stravolgere completamente programmi, amici, scuola, sistema, per un bambino può essere controproducente. Insomma la differenza tra il sistema inglese e quello italiano è radicale. Secondo me potrebbe trovarsi poi male in quello italiano, e allora non è facile recuperare. Io ho l’esempio del figlio di una mia amica che dalle elementari fatte nella scuola tedesca ha iniziato le medie in quella italiana….ma la lingua italiana è complessa, il sistema è diverso e lui ha difficoltà. Insomma rischia di non sentirsi bravo né nell’una né nell’altra lingua. E questo potrebbe generare insicurezze insidiose. Con un figlio bravissimo tutto può andare bene, ovviamente. Ma se ti capita un bambino che non è tanto volenteroso, oppure è con la testa tra le nuvole che fai? Insomma a mio modesto parere vanno considerati vari aspetti. Mi sembra una forzatura un po’ rischiosa. Parere personale…

    1. Quoto in pieno Lavinia. Il mio riferimento alla facilità di cambio era pre-elementari, dato che Dino parlava di materna internazionale e primaria pubblica, perciò, ho dato per scontato che intendesse poi permanere in un unico sistema x la scolarizzazione, e il problema fosse “come mantenere/proseguire l’inglese”. Cambiare radicalmente sistema scolastico “in corsa”, se non è dovuto a cause di forza maggiore tipo trasferimenti, lo sconsiglierei quasi quasi anche avendo un bimbo molto bravo.

  4. Ciao a tutti,
    volevo trasmettere solo la mia esperienza a Dino.
    ritengo che fino alle elementari escluse anche il frequentare un asilo internazionale o bilingue possa rappresentare un’esperienza valida in tutti i sensi e utilissima per la lingua inglese.
    penso che poi i bambini possano integrarsi senza traumi nel sistema scolastico italiano, se questa è la scelta che si vuole/deve fare per loro.
    la questione del decidere o meno di far frequentare al proprio figlio una scuola elementare internazionale o bilingue penso debba prescindere dal mero interesse per l’apprendimento della lingua inglese perchè impatta nettamente sull’approccio allo studio che si porterà con sè per tutta la vita. I criteri per la scelta, indipendentemente da cosa uno decida, sono molto piu’ ampi e complessi a mio avviso. e concordo con chi dice che una volta intrapresa una strada, un cambiamento può essere traumatico e controproducente.

    ho avuto la possibilità di far frequentare un asilo bilingue a mio figlio e l’ho fatto.
    poi per varie ragioni ho optato per la scuola elementare pubblica e ciò non gli ha causato alcun problema o difficoltà di adattamento.
    per l’inglese mi sono arrangiata in altro modo. non esiste un metodo valido per tutti. ognuno deve adattarsi alla propria realtà (famigliare, economica, geografica).
    quindi ho fatto un mix tra tate inglesi, lezioni private, au pair (molto valida per un miglioramento netto della lingua), viaggi, sit, libri.

    ho letto alcuni testi che aveva in passato consigliato Elisabetta che ho trovato validissimi per aiutarti ad impostare la “tua soluzione”.
    nel caso non li conoscessi sono: “The bilingual Edge ” di Kendall KIng, Alison Mackey; ” Raising a bilingual Child” di Barbara Zurer e Pearson; “7 Steps to Raising a Bilingual Child ” di Naomi Steiner.

  5. Antonella mi sembra di aver capito che la questione posta da Dino è piuttosto diversa. Lui intende, da quel che sembra, “mixare” i sistemi durante il periodo della scuola dell’obbligo. Non si tratta di completare un ciclo e poi cambiarlo ma di interromperlo e modificarlo a metà. Primi due anni delle elementari nella scuola internazionale e gli altri tre nella scuola pubblica italiana. Anche io ho fatto fare a mia figlia una materna bilingue senza problemi. Poi la scelta diventa, a mio avviso, auspicabilmente radicale in un senso o nell’altro.

    1. Effettivamente spezzare a metà un ciclo è la cosa più complicata, ma, per il resto, conosco persone che hanno fatto le varie esperienze.
      Al liceo, con mia figlia, ci sono persone che come lei hanno fatto prima una scuola bilingue privata e poi sono passati alla pubblica, poi ci sono quelli che hanno seguito una scuola inglese o americana o internazionale “ibrida” per infanzia e primaria e hanno seguito una scuola media pubblica, ci sono quelli che hanno fatto infanzia, primaria e medie internazionali (ma facendo italiano e storia in italiano extra il pomeriggio) e poi sono approdati al liceo pubblico, infine ci sono i ragazzi italiani che hanno fatto porzioni di scuola americana (anche più di 10 anni) per via del lavoro all’estero dei genitori.
      Gli esiti di questi iter, anche all’interno della stessa scelta, sono diversissimi, perchè al crescere dell’età aumentano le differenze individuali e la differenza tra studenti più bravi e studenti meno bravi è più importante addirittura della cultura e della lingua nella quale ci si è formati. Che poi nell’essere bravi c’è un mix di intelligenza e orgoglio, maturità e sicurezza e nell’essere mediocri non c’è sempre stupidità.
      E’ molto difficile calcolare tutto quando un figlio è piccolo, però è giusto fare un progetto e, semmai, adeguarlo correggendo la rotta.
      Scusate la vaghezza di questo intervento

  6. Trovo molto interessante il tuo ultimo commento Elisabetta e lo condivido parecchio. Nella mia esperienza però trovo che ci sia un abisso tra l’approccio della scuola pubblica italiana e quello delle scuole internazionali (almeno quelle IB che conosco). Avendo studiato nelle varie scuole pubbliche compreso Liceo e Università sinceramente spero di riuscire a mandare i miei figli il più possibile alla scuola internazionale. Bravo o mediocre in ogni caso alla IB l’approccio è molto più favorevole e stimolante per i ragazzi oltre che essere molto più attento alle caratteristiche personali dei ragazzi e alle loro inclinazioni.

    1. Daniele, assolutamente d’accordo. E’ chiaro che il liceo italiano (sebbene mia figlia stia facendo un liceo pubblico “internazionale ad opzione italiano-inglese”, sic!) è rimasto didatticamente antiquato e nozionistico ed è cento volte meno stimolante dell’IB che alcuni suoi ex compagni stanno facendo, ad esempio, al St Stephen’s (ma vedi le rette…http://sssrome.it/).
      Certamente la scuola superiore italiana tende a premiare un certo tipo di studente (chi, per esempio, è creativo nelle arti applicate o nelle performing arts finisce per fare un percorso di serie B; chi non è motivato o non viene da una famiglia colta tende a perdersi etc..).
      D’altro canto, devo dire che a mia figlia sta facendo bene la scuola pubblica, perché finalmente si trova in un ambiente più vario. Sarebbe stata felice anche e forse di più in una scuola IB, forse non in tutte: a Roma sono molte e l’utenza cambia radicalmente dall’una all’altra. Ma, ovviamente, ogni considerazione sulle scuole sconta un elemento squisitamente “locale” e, quindi, le affermazioni in questo campo potrebbero suonare dogmatiche quando invece sono solo frutto dell’esperienza del luogo…
      Molto più interessante, invece, soffermarsi sui diversi modi in cui si sviluppa l’intelligenza umana o le inclinazioni delle persone ed osservare quanto sono diversi tra loro anche quei ragazzi che hanno fatto magari dieci o dodici anni nella stessa sezione della stessa scuola.

  7. Sono d’accordo che la scuola italiana e’ su misura per un certo tipo di studente. Anche i ragazzi creativi o molto intuitivi o particolarmente capaci nel “fare” sono penalizzati. Le capacità atletiche non sono nemmeno considerate come pure l’intelligenza sociale e le capacità di collaborare e di fare squadra o di saper coordinare e trascinare gruppi. Solitamente viene premiato il “secchione” , tanto studio mnemonico e il saper adeguarsi alla linea e filosofia del prof di turno. Poi usciti di scuola tutto cambia e le capacità che davvero servono nessuno le ha coltivate a scuola.

  8. Buongiorno, ho letto questo scambio con grande interesse. Dovremmo trasferirci a Roma dal Belgio e vorrei sapere se qualcuno ha informazioni sulla scuola elementare del Sacro Cuore a Trinità dei Monti. Non siamo una famiglia praticante e avrei qualche dubbio, in principio, sull’iscrizione ad una scuola cattolica; però la scuola sembra bella e sarebbe comoda per noi, e la possibilità di mantenere il francese sarebbe un vantaggio. Ne avete sentito parlare? Avete delle esperienze dirette? Grazie mille in anticipo.

  9. Ciao Elisabetta,

    Anzitutto volevo farti i complimenti per questo blog che trovo utilissimo per chi, come me, è interessata all’argomento.
    Volevo chiederti un’informazione dato che sicuramente ne saprai più di me. Ti spiego, sto scrivendo una tesi sulla didattica bilingue nelle scuole primarie. Leggendo il tuo post ho notato che questo tipo di didattica viene offerto perlopiù in istituti privati. Volevo sapere la situazione attuale delle scuole primarie pubbliche in Italia, se qualcuna ha intrapreso l’insegnamento delle materie in lingua inglese(come nelle scuole superiori di cui si parlava nel post) oppure se non si sono ancora mossi molti passi in questa direzione. Sapresti darmi qualche informazione in merito?
    Ti ringrazio in anticipo.

    1. Monica, grazie della domanda, di sicuro interesse anche per altri! A quanto so, qualcosa nella scuola pubblica si è comininciato a fare solo in Lombardia. C’è un progetto che si chiama Bilingual Education Italy – Istruzione Bilingue Italia (BEI/IBI). E’ per la scuola primaria pubblica e coinvolge le scuole primarie della Lombardia con docenti in possesso di competenze di Livello B2 nella lingua inglese.
      Il progetto è organizzato dall’USR per la Lombardia grazie ad un Protocollo d’Intesa siglato il 25 febbraio 2010 con la Direzione Generale per gli Ordinamenti scolastici e per l’Autonomia scolastica del Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca e il British Council, Ente culturale del Governo britannico.
      Nel 2010 – 2011 erano state coinvolte 6 scuole.
      Al 2015 erano state coinvolte 111 classi, 2.479 studenti e 60 docenti.
      Non so quali siano stati i risultati.
      Puoi trovare qui sul sito MIUR delle info sul progetto. http://hubmiur.pubblica.istruzione.it/web/istruzione/dg-ordinamenti/bei-ibi
      E un Rapporto di monitoraggio è pubblicato dal British Council: https://www.britishcouncil.it/sites/default/files/final_sintesi.pdf
      Se vieni a sapere qualcosa di più e vuoi condividerlo con questa community ne siamo ben lieti.
      Inoltre, se più in là vuoi raccontare l’esito delle tue ricerche, pui anche scrivermi privatamente e possiamo trasformarle in un post.
      Buon lavoro!

      1. Aggiungo, inoltre, che nel progetto originario de “la Buona scuola” l’idea di ampliare l’esperienza CLIL alla scuola primaria c’era. Non ho verificato il testo della legge, però e non so se si sia mosso qualcosa a livello nazionale. Mi auguro di si.

        1. Benissimo, ti ringrazio per le info e la rapidità nel rispondere, Elisabetta. Tornerò sicuramente sul blog per condividere i risultati della ricerca in corso. A presto!!

  10. anche io vorrei iscrivere mio figlio al Villaggio montessori di Casal Palocco .C’ e’ qualcun che mi sa dire com ‘e ? grazie

  11. Votrrei consigliare a tutti le scuole bilingue paritarie primaria e secondaria di primo grado Iunior International (tutta maschile)e Petranova (tutta femminile) a Roma (zona Piazza Bologna). Mio figlio ha frequentato lo Iunior e si è trovato benissimo. I ragazzi sono molto seguiti e il bilinguismo è fatto seriamente. La scuola è un pò severa e bisogna studiare molto ma quando arrivi al liceo hai un ottima preparazione di base.

    1. Ciao Michele,
      se non ho capito male mi chiedi se esiste una scuola bilingue italo-cinese a Roma…non mi hai detto l’età della bambina, però…
      Comunque il cinese c’è in alcune scuole secondarie di secondo grado (licei), come al Convitto Nazionale, esempio e in qualche linguistico e certamente aumenterà negli anni (vedi qui http://www.corriere.it/scuola/medie/cards/ora-cinese-scuola-italiana-arrivano-docenti-ruolo/dalla-sperimentazione-programmazione_principale.shtml)
      A livello di scuola primaria che io sappia c’è poco. Il Marymount bilingue (ita – ing) di via Nomentana inserirà nel quadro orario alcune ore di cinese curricolare, ma saranno poca cosa.
      Sino a qualche anno fa c’era una scuola pubblica, la scuola primaria Di Donato, all’esquilino, che aveva un doposcuola con il cinese mandarino, visto che molti studenti erano cinesi di origine. Non so dire se è ancora così. Tra l’altro non trovo il sito, ma la scuola ha una attiva associazione dei genitori che puoi contattare http://www.genitorididonato.it
      Mi dispiace non riuscirti a rispondere meglio

  12. Salve Elisabetta,
    le mie figlie (grande 8 anni, piccola 6 anni) frequentano la scuola Highland a Roma Eur (terza e prima elementare), ma a breve dovremo trasferirci a firenze e ci piacerebbe farle continuare un percorso bilingue.
    Hai dei nominativi di scuole comparabili alla Highland a Firenze serie?
    Grazie mille !
    ciao sissi

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